droalex

“Titanic” (1997) – Lo sguardo nell’abisso

In Cinema on 6 Maggio 2009 at 13:05

Più che un semplice film catastrofico, il kolossal di James Cameron è un’immersione nel profondo alla ricerca del fantasma del cinema-cinema.

\\ Titanic è un film smisurato. Lo è nel budget, nell’afflato kolossal che lo anima, nella generosità con cui riesuma i cliché (classici?) sprofondati nell’abisso (del post-moderno?) e li riporta in vita.
Senza pudori, senza tentennamenti e senza complessi di inferiorità, James Cameron restituisce al cinema la sua innocenza perduta. E lo fa paradossalmente (perversamente?) con un film che racconta la fine dell’innocenza nel secolo (nella “civiltà”?) che ha inventato il cinema. Prima ancora che l’”allegria di un naufragio”, il Titanic di Cameron è la storia di una ricerca di immagini perdute. Una vera e propria quête: di visioni inabissate, di relitti scomparsi, di segni (e disegni) segreti.
Prima (nella “cornice”) è l’occhio generosamente indiscreto dello stesso regista (attraverso l’alter ego del “cacciatore di tesori”) che scende nelle profondità dell’Oceano per trasformare in cinema il relitto perduto del vero Titanic. Poi (nel lungo flashback diegetico di Rose, che rievoca – aprendo e chiudendo gli occhi – la sua storia) è tutto un pullulare di immagini che “tornano”: dai grandi quadri delle avanguardie moderne che Rose ha – poco credibilmente - portato con sé sul Titanic al ritratto di lei ritrovato miracolosamente integro nella cassaforte di una cabina di prima classe del transatlantico affondato. L’acqua dell’oceano ha corroso il denaro (il feticcio della borghesia affondata sul Titanic) e l’ha trasformato in una poltiglia fangosa, ma ha preservato l’immagine in cui Jack ha cercato di materializzare la sua visione di Rose. «Gli occhi a me. Tienili fissi su di mei», diceva Jack a Rose mentre la ritraeva poco prima della catastrofe. E la scena del ritratto è tutta girata da Cameron con piani stretti sugli occhi dei personaggi. Gli occhi di Jack che dipinge, gli occhi di Rose che si sa ritratta. La macchina da presa chiude sugli occhi di lei e in dissolvenza incrociata questi diventano gli occhi di Rose vecchia che ricorda e racconta. Titanic (il film) nasce dalle immagini depositate in quegli occhi. Cameron li scruta e li penetra come aveva fatto Jack. Per carpire il loro segreto, per far riemergere il profondo. Titanic è davvero una storia di cacciatori di immagini. «L’ho visto fare in un cinema di terza visione!», dice Jack a Rose dopo averle baciato la mano in un gesto incongruo rispetto al suo “stile di vita”. Un cinema di terza visione? Nel 1912? Bêtise del doppiaggio, probabilmente. O espansione dell’appartenenza di classe alla condizione spettatoriale (viaggiatore di terza classe, spettatore di terza visione). Quel che è certo è che Jack è già figlio del cinema, così come Rose è cultrice dell’arte (Picasso, Monet: «c’è verità, ma non c’è logica»). In un universo in cui ciò che si vede (gli abiti, gli arredi, i comportamenti) conta solo per il suo valore di scambio o come segno di appartenenza, Jack e Rose sono gli unici che frequentano le immagini per il loro valore d’uso. Gli unici innocenti. Naïf, terribilmente naïf. Come il film che li mette in scena. Come Cameron che racconta la loro storia. Facendosi carico del loro candore.
Della loro smisurata eccedenza rispetto alle regole. Del loro “angelico” librarsi sempre sopra o sotto il livello a cui vivono gli altri. Chiudendo gli occhi – come Rose che racconta – per vedere ciò che gli altri – quelli che non vanno al cinema, e che disprezzano l’arte moderna – non sanno neppure immaginare. Sopravvissuta al naufragio, Rose non solo assume il nome di Jack («Sono Dawson», dichiara a chi sta compilando l’elenco dei superstiti), ma – si dice di lei all’inizio del film – fa a lungo l’attrice. Il cinema, ancora il cinema: come luogo d’origine ma anche come destino finale degli unici angeli imbarcati sul Titanic. A dispetto delle sue dimensioni, Titanic è un film stranamente intimo. Delicato, sommesso, sussurrato. Non solo perché la sua struttura scardina gli schemi canonici del disaster movie (con quella prima parte cosi smisuratamente dilatata rispetto alle esigenze drammaturgiche del catastrofico, e con quella stessa scena del disastro cosi singolarmente silente e sommessa rispetto all’enfasi spettacolare del catastrofismo recente), ma anche perché Cameron sembra voler sottrarre alla sua storia ogni sospetto di thrilling o di suspense. Tutto è fatale, in Titanic. Tutto già scritto, tutto già noto. Nella notte senza luna, in un’acqua gelida e nera come inchiostro, i corpi precipitano in acqua e si trasformano in cadaveri galleggianti. Ma non è la morte di massa che emoziona nel film. È la morte singola, la morte isolata, la morte dignitosa. Quella del capitano che si lascia morire, quella del musicista che suona fino alla fine, quella del magnate americano che chiede l’ultimo bicchiere di brandy e aspetta che l’acqua lo avvolga per sempre. Da vero “liberal” americano, Cameron inscena la prossemica della folla, ma poi ne isola – quasi “sartrianamente” – le scelte singole degli individui soli. Il loro modo di morire, i vari modi di morire. Ed è in queste scene struggenti che Titanic emoziona. Quando è corale, il cinema è – quasi inevitabilmente – epico. Titanic non lo è. Titanic è anarchico. Dolcemente, lievemente. Perché la collettività che evoca sul ponte della nave “maledetta” non è quella dei personaggi, bensì quella formata da noi spettatori e dai due protagonisti: modello compiuto di società senza classi (comunismo dei mezzi dì produzione emotiva?) in uno dei film più feroci contro la stupidità del mondo diviso in classi. Quel mondo Titanic lo inabissa. Non con il naufragio, ma con il gesto feroce dì Rose che – alla fine – getta nel mare il gioiello che ha innescato la storia (o il suo racconto). Cuore dell’Oceano, cuore di tenebra: giù giù fino alle radici del cinema, dove un uomo e una donna sperimentano per l’ennesima volta la vertigine del guardarsi negli occhi, prima di sprofondare – soli, sempre soli – nel fondo dell’abisso. O dello schermo. //

(Gianni Canova, “Duel”, n. 58, Marzo 1998)

TITANIC | Titolo originale: Titanic | USA, 1997 | Regia: James Cameron | Soggetto e sceneggiatura: James Cameron | Fotografia: Rusell Carpenter | Scenografie: Peter Lamont | Montaggio: Conrad Buff, James Cameron, Richard A. Harris | Costumi: Deborah L. Scott | Musica: James Horner | Interpreti: Kate Winslet (Rose), Leonardo DiCaprio (Jack), Billy Zane (Cal), Kathy Bates (Molly), Bill Paxton (Brock), Gloria Stuart (Rose anziana) | Produzione: James Cameron e Jon Landau per la 20th Century Fox | Distribuzione (Italia): 20th Century Fox | Sinossi: Il transatlantico Titanic salpa da Southampton in Inghilterra il 10 Aprile 1912, con oltre 1500 passeggeri a bordo divisi in tre classi a seconda delle differenze sociali. La diciassettenne d’alta borghesia Rose DeWitt Bukater, promessa sposa a Caledon Hockley, incontra un passeggero di terza classe, Jack Dawson, e se ne innamora perdutamente. I due progettano di fuggire insieme verso una vita più libera e felice, ma nella notte tra il 14 e il 15 aprile il Titanic entra in collisione con un iceberg, gettando un’ombra funesta sul futuro dei due innamorati. [fonte: Centraldocinema]

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