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Katharine Hepburn, la Principessa Wasp

In Cinema on 6 Maggio 2009 at 14:49

Emancipata, elegante. Carismatica e scontrosa. Katharine Hepburn ha attraversato il cinema del Novecento senza mai tradire le orgini East Coast. Per la scrittrice inglese Zadie Smith è un mito: «Era il tipo di donna che vorrei essere».

\\ Katharine Hepburn era la protagonista della mia pellicola preferita, Scandalo a Filadelfia. Era la protagonista anche del secondo tra i miei film più amati (La costola di Adamo) e del terzo (La donna del giorno). Ha partecipato a molte delle opere che riesco a guardare senza tirare qualcosa contro lo schermo o a crollare addormentata. Nel cinema, sono poche le donne che assomigliano in qualche modo a quelle strambe creature che ci capita di incontrare ogni giorno: le nostre madri, sorelle, mogli, amanti, figlie. Da quando, vent’anni fa, Katharine Hepburn ha smesso di interpretare film, la situazione si è aggravata. Per questo, la sua eredità è tanto più preziosa con il passare del tempo.
Le sono stata devota fin da piccola. La mia camera da letto di quand’ero adolescente, che è stata per anni un santuario in onore della Hollywood degli anni d’oro, aveva un’intera mezza parete riservata a lei. Tra le fotografie di Cary Grant, Jimmy Stewart, Donald O’Connor, Ava Gardner e altri, campeggiava lei, la Hepburn, imperiosa, regale e con i capelli rossi (anche se questo particolare spesso veniva mascherato nelle immagini pubblicitarie), seduta in alto, accanto al bordo del soffitto, come una madonna troneggiante sopra i santi. Da bambina passavo fin troppo tempo a preoccuparmi per la sua salute e volevo che mio padre (anche lui un suo fan e di diciotto anni più giovane di lei) mi garantisse che sarebbe sopravvissuta a tutti noi. Quando doppiò senza problemi il capo degli ottant’anni, ricordo che quasi arrivai a convincermi della sua immortalità.

Forse perché ne rimasi conquistata in così tenera età, fatto sta che su di me ebbe un effetto abbastanza sproporzionato, rispetto all’importanza che qualsiasi star del cinema dovrebbe avere per chiunque, ma questa è una cosa di cui sono immensamente grata. Il tipo di donna che interpretava, il tipo di donna che era, è ancora il tipo di donna che io vorrei essere, e una sua battuta, nello Scandalo a Filadelfia, è ancora oggi la mia stella polare, il mio punto di riferimento ogni volta che prendo in mano una penna per scrivere qualsiasi cosa: «Il tempo di farsi qualche idea sulle persone non esiste!». La battuta è dello sceneggiatore Donald Ogden Stewart, ma l’umanistica esaltazione della peculiarità e della bellezza degli individui che traspare da queste parole è Katharine Hepburn allo stato più puro. (…)
La sua cocciutaggine, tipicamente wasp, era figlia delle sue origini East Coast: protestante, grande lavoratrice, sportiva, intellettuale, progressista e un po’ austera. Le docce fredde erano un ingrediente base nella sua infanzia. Diceva: «Mi davano l’impressione che più amara era la medicina, più bene ti faceva», ed è una frase che ci sembra assolutamente coerente con la sua immagine sul grande schermo: mai indulgente, quasi sempre pratica, intenta a fare e usare solo il necessario. Ava Gardner la immagini in una grande vasca piena di bolle, la Hepburn nel freddo del Connecticut, in piedi in una tinozza di acqua ghiacciata. Attribuendo tutti i suoi pregi all’infanzia, la Hepburn guardava sempre alla vita e al rapporto del suoi genitori come a un modello. La madre, Katharine Martha Houghton, conosciuta come Kit, era una femminista impegnata, una delle prime a laurearsi al Bryn Mawr College, istituto che offriva il dottorato alle donne. Era una cara amica della signora Pankhurst (la fondatrice del movimento delle Suffragette), diventò presidentessa dell’Associazione per il suffragio femminile del Connecticut e negli ultimi anni fu un’accanita sostenitrice della pianificazione delle nascite, nonostante in vita sua avesse partorito tre maschi e tre femmine. Suo marito, il dottor Thomas Norval Hepburn, poteva vantare tra gli antenati James Hepburn, conte di Bothweil e terzo marito della regina di Scozia Maria Stuarda (interpretata da Katharine nel 1936, in maniera piuttosto scialba. In seguito, ammise che avrebbe preferito vestire i panni dell’impetuosa Elisabetta). Dal padre, la Hepburn prese il colore dei capelli e il nomignolo con cui era chiamata in famiglia, Redtop, un grande entusiasmo per tutte le attività fìsiche e l’idea che l’essere femmina non rappresentasse in alcun modo una limitazione.

Il signor Hepburn faceva poche differenze tra figli maschi e figlie femmine. Tutti quanti avevano giocato a touch football (versione meno violenta del football americano, solitamente riservata ai bambini, ndt), avevano imparato la lotta libera, il nuoto, la vela, ed erano stati incoraggiati a pensare che intelletto e azione sono le due facce di una stessa moneta, per entrambi i sessi. Il padre era il genere d’uome che la Hepburn ammirava: «Ci sono uomini di azione e uomini di pensiero, e se riesci ad avere una combinazione dei due, allora è il massimo, allora hai trovato qualcuno come papà».
Nata nel 1907, due anni dopo la nascita di Tom, il primogenito dei coniugi Hepburn, Katharine crebbe come un ragazzaccio: era sempre gioviale, saliva sugli alberi, portava i pantaloni e diceva le cose in faccia; adorava il fratello maggiore ed era timida con le persone esterne alla famiglia. Quando aveva dodici anni, avvenne una tragedia che cambiò la sua vita e sembra abbia contribuito a plasmare l’attrice che sarebbe diventata. Durante un viaggio a New York, Katharine e Tom andarono a vedere la commedia di Mark Twain Un americano del Connecticut alla corte di Re Artù, in cui c’è la scena di un’impiccagione. La mattina seguente, quando Katharine andò nella stanza del fratello a svegliarlo, lo trovò impiccato alle travi del soffitto con un lenzuolo, morto già da cinque ore. Aveva quindici anni.

C’erano già stati casi di suicidio sia nella famiglia materna che in quella paterna, ma il padre la considerò una bravata andata storta. Comunque sia, la Hepburn ne rimase profondamente segnata. Iniziò a cercare di imitare molte delle caratteristiche del fratello, a cercare, in un certo modo, di sostituirlo; parlava di studiare medicina a Yale, come voleva fare lui, praticava gli sport che lui amava (golf, tennis, tuffi). Non avendo alcuna reale abilità accademica, non riuscì mai a conquistare quel posto a Yale, ma si diede da fare abbastanza da riuscire a seguire le orme della madre al Bryn Mawr. Fu in questo college, spesso schernito per il suo presunto snobismo e la sua atmosfera da circolo dell’intellighenzia femminile, che la Hepburn cominciò a recitare, e prese – o almeno così lamentavano in seguito i suoi detrattori – quell’incredibile accento, quella “pronuncia da Bryn Mawr”, con le sue caratteristiche vocali lunghe e quel tono di sprezzante condiscendenza alto-yankee.
La sua classe e la sua ambivalente femminilità erano destinati a diventare un elemento centrale del suo personaggio cinematografico, ed erano queste stesse qualità che per quasi un decennio resero il suo nome sinonimo di fallimento al botteghino. Il suo grande amore, Spencer Tracy, la metteva in questi termini: «Non ha tanta carne addosso, ma quella che ha è roba fina». Ed era vero. Slanciata ma niente affatto pelle e ossa, la Hepburn era una sorta di unico, lungo fascio di muscoli, senza seno ma sorprendentemente formosa a vederla da dietro. Con indosso un abito faceva la sua figura, al pari di qualsiasi altra attricetta di Hollywood, ma quando la vedevi con un paio di pantaloni larghi e una camicetta bianca appena stirata, il cuore smetteva di battere. Aveva un viso da gatta ma non civettuolo, aveva zigomi sepolcrali ma labbra carnose e generose. I suoi occhi – e quel che fa una star del cinema, in definitiva, sono gli occhi – avevano questa capacità di guardare né lontano né vicino, con intelligenza e passione, un tipo di sguardo che i presidenti si sforzano di acquisire in ogni modo, e qualche volta ci riescono. Il naso era più problematico. Alcuni lo trovavano nobile, brioso, di carattere, per moltissimi altri era un po’ troppo ricercato, chiassoso e altezzoso. (…)

Ma se vuoi veramente farti odiare, allora devi girare un intero film in abiti maschili, con Brian Aherne che si innamora di te (mentre sei ancora vestita da ragazzo) e ti dice cose come: «I don’t know what it is that gives me a queer feeling when I look at you» [che letteralmente vuol dire «C'è qualcosa che mi dà una strana sensazione quando ti guardo», ma che in inglese gioca sul doppio significato - strano e omosessuale - della parola queer, ndt), come fece la Hepburn nell'irresistibile commedia en travesti, e grande fiasco al botteghino, Il diavolo è femmina (1935). I riferimenti shakespeariani lasciarono indifferente il pubblico americano, troppo impegnato a pensare a come procurarsi il prossimo pasto e poco disponibile a dedicare troppe energie cerebrali alle possibilità omoerotiche di Katharine Hepburn abbigliata in giacca di pelle.
La rivista "Time" colse l'occasione per sottolineare che «Il diavolo è femmina rivela una cosa interessante: Katharine Hepburn è più bella vestita da ragazzo che da donna». Ci furono, tuttavia, anche dei successi negli anni Trenta, in particolare Piccole donne, nel quale la Hepburn fu la più grande, bella e convincente Jo March che mai ci fosse stata e che mai ci sarà. Ma Kate si limitava a interpretare ruoli validi in film di successo, non era ancora in grado di reggere in piedi un film con la sua sola presenza. Lei stessa si complicava la vita con il suo comportamento sul set, osservato e commentato dai soliti giornalisti scandalistici inviati dalle riviste per indagare sulla potenziale star. La casa di produzione gliela spacciava per una dea dai capelli rossi dell'alta società East Coast, e loro rimanevano un po' sorpresi di trovarsi davanti una donna senza trucco, che tra un ciak e l'altro andava in giro indossando una salopette di quelle da lavoro. Il reparto pubblicità della Rko le chiese di smettere di indossare la salopette. Lei rifiutò. Il giorno dopo, quando nel suo camerino non la trovò più, si mise a girare per il set in mutande fino a quando non gliela restituirono. (...)
Fu più o meno in questo periodo che la Hepburn decise di ritornare in teatro per interpretare una commedia chiamata The Lakes, attirandosi la velenosa smontatura di Dorothy Parker: «Katharine Hepburn ha una gamma di emozioni che va dalla A alla B». È un commento azzeccato, a modo suo: la Hepburn non poteva essere forzata a recitare qualcosa che si allontanasse troppo da se stessa. Ma il suo trionfo, come quello di tutti i protagonisti della Hollywood degli anni d'oro, fu capire che nella recitazione cinematografica, contrariamente a quella teatrale, la gamma di emozioni non contava un accidenti. L'entusiasmo che c'è ai nostri giorni per quegli attori capaci di interpretare qualsiasi cosa, dal disabile grave all'eroe, al romantico e così via, con tutto il relativo corredo di molteplici accenti e tediose smorfie, per gente come Humphrey Bogart, Cary Grant, James Stewart, o, in definitiva, per la Hepburn, era una cosa che non aveva senso. È stato imparando a interpretare se stessa e continuando a farlo, più o meno, per il resto della sua carriera, che la Hepburn è diventata un'icona e una dea del cinema.
Di Scandalo a Filadelfia, la rivista "Life" scriveva: «Quando Katharine Hepburn si mette a recitare Katharine Hepburn, è uno spettacolo da non perdere. Nessuno può reggere il confronto». C'è una battuta, in quel film, che sembra offrire una chiave di lettura della Hepburn. George Kittridge (John Howard), il fidanzato che presto sarà piantato, si lamenta che «un uomo si aspetta che sua moglie si comporti bene, è naturale». Al che CK Dexter-Heaven (Cary Grant), l'ex marito, lo corregge: «Che si comporti in modo naturale». In questa virgola scomparsa e nel relativo terremoto di senso che produce troviamo la femminile magia delle commedie anni Quaranta della Hepburn.

Aveva trentacinque anni quando interpretò la prima commedia con Spencer Tracy, e vederla nel film La donna del giorno (1942) basta a sbugiardare quella grande menzogna della cultura contemporanea, la noiosa fissazione per le donne fra i sedici e i venticinque anni. Dire che è al massimo del suo splendore è poco. È una donna che si comporta in modo naturale, senza paura, senza vergogna e con piena fiducia nelle sue capacità. Il conflitto e il paradosso del tandem Tracy/Hepburn sono gli stessi dilemmi con cui si trovarono a fare i conti nella vita reale: come addomesticare una grande passione senza che uno dei due debba sottomettersi interamente all'altro. È per questo che La donna del giorno (1942), La costola di Adamo (1949) e Lui e lei (1952) sembrano roba artefatta: tutto il contrario. La costola di Adamo è al tempo stesso talmente spiritoso e talmente tagliente - e quando dico tagliente, intendo tagliente fino all'osso - in tema di guerra tra i sessi, che mi è capitato di guardarlo con due partner diversi e in tutti e due i casi ha acceso la miccia di un battibecco di quelli che si concludono con i due litiganti che vanno a dormire in camere separate e non si parlano più per dodici ore almeno. La tematica della competizione in un matrimonio fra pari è centrata con una tale efficacia che ti sembra di essere una farfalla inchiodata su uno spillo.

La Hepburn e Spencer Tracy interpretano due avvocati che si ritrovano a rappresentare la difesa e l'accusa nello stesso processo. Una sera, dopo una lunga giornata in tribunale, una sculacciata, teoricamente bonaria, rifilata da Spencer Tracy alla Hepburn (mentre le sta facendo un massaggio), dà vita a questo impareggiabile scambio di battute:

Tracy: Che ti prende, non vuoi che ti massaggi? Cosa... sei arrabbiata per lo sculaccione?
[...]
Hepburn: [...] L’:hai fatto con volontà, vero?
Tracy: Ma no, io…
Hepburn: Sì, invece, ne sono certa. Distinguo lo schiaffetto da una manata!
Tracy: E va bene, va bene…
Hepburn: No, non va bene affatto, ti assicuro che non ci tengo… ad espormi a questa tua tipica… connaturata brutalità maschile!
Tracy: Oh, bubbole, non…
Hepburn: E ho sentito che non solo l’hai fatto con gioia, ma che credi di avere il diritto di farlo! L’ho sentito!
Tracy: Ma che cos’hai lì dietro, un apparecchio radar?

Insomma, uscite e andate a noleggiarlo. Sono innamorata della Kate degli anni Quaranta, ma qualsiasi decennio della sua carriera ha prodotto performance strabilianti. Deteneva il record delle nomination all’Oscar fino al 2003, quando è stata spodestata da Meryl, e qualunque appassionato della Hepburn ha un posto nel suo cuore per il grand guignol di Improvvisamente l’estate scorsa (1959), nonostante lei fosse rimasta nauseata, sia dal film che dal modo in cui era stata trattata sul set (sputò in faccia al regista l’ultimo giorno delle riprese). E la scoppiettante partnership con Humphrey Bogart sul set de La regina d’Africa (1951), è allo stesso livello di tutto quello che fece con Tracy.
In Bogart trovò quella dimensione di uomo d’azione che adorava in suo padre, e lui trovò una donna con una sfrontatezza simile a quella della moglie, la Bacall, che li seguì in quel posto difficoltoso e infestato di insetti, un po’ inquieta, a quanto si dice, della compatibilità che sembrava esistere tra il marito e la Hepburn. Non aveva motivo di preoccuparsi: la dedizione sentimentale della Hepburn per Tracy è leggendaria, e ricordo che da bambina speravo un giorno di avere un rapporto come quello, simbolizzato dal fatto che mentre lui era sul letto di morte, lei gli fu accanto ogni giorno, stesa sul pavimento accanto al suo letto.
Non si sposarono mai: lui era già sposato e, da bravo cattolico e padre di famiglia, non divorziò. Non si può non provare orrore e pietà per una moglie che ha dovuto riconoscere, di fronte al mondo, la sfolgorante immortalità di quella relazione adultera. Tracy sosteneva che «a mia moglie e a Kate le cose vanno bene così come sono», e se fosse vero o no lo sapevano solo loro tre, in pubblico non ne hanno mai parlato. L’ultimo film in cui la Hepburn e Spencer Tracy hanno recitato insieme, Indovina chi viene a cena (1967), è stato il primo film che ho visto della Hepburn, a cinque anni, con i commenti di mia madre sulla perfezione fisica di Sydney Poitier. Il film è sentimentale, ma il sentimento è reale: fatico a pensare a un’altra pellicola di cui si possa dire altrettanto.

Tracy, da tempo alcolizzato, stava praticamente morendo durante le riprese. Quando pronuncia l’ultima battuta: «La sola cosa che conta è ciò che loro sentono, e quanto sentono, l’uno per l’altro; e anche se è la metà di quel che sentivamo noi, è già tutto», la Hepburn piange lacrime vere. Sei mesi dopo, era morto. Tutti e due ricevettero la nomination agli Oscar, e la Hepburn, quando seppe di aver vinto ancora una volta (non era presente alla cerimonia: non è mai andata a ritirare nessuno dei suoi quattro Oscar), la sua prima e unica domanda fu: «Ha vinto anche Spencer?», Non aveva vinto, ma lei lo considerò un premio per tutti e due.
Così energica da giovane, sempre decisa a eseguire da sola le scene pericolose, senza controfigure, per la Hepburn la vecchiaia fu una seccatura. Non si nascose mai, non rimase prostrata dalla perdita della bellezza (non la perse mai veramente), ma spesso si sentiva frustrata per il fatto di non riuscire a fare quello che un tempo le riusciva tanto facilmente. Una volta pianse di frustrazione per essere stata costretta a ricorrere a una controfigura 24enne per guidare una bici al posto suo in un film. All’epoca, la Hepburn aveva 72 anni. È morta quando ne aveva 96. Non c’era motivo, ma ne sono stata sorpresa, e quando l’ho saputo ho pianto a dirotto, sentendomi ridicola. Come si può piangere per qualcuno che non hai mai incontrato? Due anni fa andai a vedere Scandalo a Filadelfia, proiettato su grande schermo al Bryant Park, a Manhattan. Era luglio e faceva talmente caldo che io e mio fratello avevamo passato la giornata alla mostra di pinguini di Centrai Park (non avevamo il condizionatore), ma quando sentimmo che proiettavano il film – il nostro film preferito – in un’arena all’aperto, corremmo in centro.
Arrivammo troppo tardi per trovare posto a sedere. Non avevo mai visto tanto affollamento in uno spazio aperto a New York da quando era venuto il Dalai Lama a Central Park. Cercavamo sconsolati un muretto su cui sederci, quando improvvisamente due pazzi sacrileghi, due mentecatti, cambiarono idea e rinunciarono ai loro posti in seconda fila. È difficile descrivere la nostra felicità. Poi, dagli altoparlanti arrivò una notizia: la Hepburn aveva avuto un malore nella notte – la gente trattenne il fiato, dico sul serio – ma stava bene – sospiri di sollievo – era tornata dall’ospedale e ci salutava. Ci fu un boato! Poi cominciò il film, e io dicevo tutte le battute prima degli attori, e mio fratello mi supplicava di starmene zitta. Ma non ero l’unica. Quando Katharine sussurrò a Jimmy Stewart: «Mettimi nella tua tasca, Mike!», mille persone sussurrarono con lei. Non avevo mai passato una serata tanto bella al cinema. //

(Zadie Smith, “Ventiquattro”, n. 9 del 2 settembre 2006 | Foto di Ernest Bachrach)

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