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James Dean? Gran carisma, nonostante le piattole…

In Cinema on 4 Maggio 2009 at 00:44

Se n’è andato giovanissimo, già all’apice di una carriera che proprio l’incidente ha reso un’icona. Ma dietro a quella morte restano tante ombre e una certezza: a ucciderlo fu la “piccola bastarda”.

\\ Quando scrive di lui nel 1984, Kenneth Anger non va troppo per il sottile: «… La sua tomba a Fairmont, nell’Indiana, porta inciso il nome e due date: “1931 – 1955″. Si potrebbe aggiungere un conciso epitaffio: “Bel puttanone”». Ma se Richard Gere, Matt Dillon o una qualsiasi altra recluta del monotono reggimento di “jamesdeanini” clonati da Francis Ford Coppola per I ragazzi dello 56a Strada – facesse oggi la fine di James Dean, diventerebbe un mito? I suoi fan si suiciderebbero per lui? Fra trent’anni gli spedirebbero ancora letterine adoranti? Non credo. Certo, Jimmy aveva le piattole ma anche un carisma immortale. La storia era nata sul set di Gioventù bruciata, quando approfittava di ogni pausa per grattarsi furiosamente, incurante degli sguardi allibiti di Natalie Wood e Sal Mineo. La cosa durò fino a quando Nicholas Ray, il regista, non gli procurò un flacone di polvere contro i parassiti, che si era beccato in un bar gay di Hollywood, specialità sado-maso.
James Dean nasce a Marion, nell’Indiana, l’8 febbraio del 1931. Ha solo 9 anni quando la madre Mildred muore di cancro. Il padre lo spedisce allora a vivere da alcuni parenti a Fairmont. Vi resta fino al ‘49, prende pure il diploma. Poi torna a stare con papà in California e si iscrive prima al college di Santa Monica, poi all’Ucla di Los Angeles. Bello di una bellezza fragile e ambigua, evita il servizio militare in Corea ammettendo alla visita di leva la propria omosessualità, che sfrutta per farsi mantenere da Roger Brackett, vecchio regista televisivo.
La passione per la recitazione nasce presto, sui banchi di scuola, ma il vero esordio arriva a vent’anni, con uno spot per la Pepsi Cola. Gli capitano poi ruoli non esaltanti in quattro film: I figli della gloria del 1951, Attente ai marinai e Il capitalista del ‘52, L’irresistibile Mr. Jones, che esce nelle sale l’anno dopo. Ormai comunque è lanciato e fa in tempo a godere il primo successo, La valle dell’Eden, che esce mentre è sul set di Gioventù bruciata. Il giorno in cui al cinema daranno la prima de Il gigante, nel 1956, è già morto e sepolto. Si era schiantato su una Porsche color argento il 30 settembre 1955. L’hanno estratto a fatica dai rottami; non c’era più niente da fare. Appena il coroner ha iniziato l’autopsia, ha notato una serie di cicatrici tonde sul petto. Strano, ma il mistero presto è svelato: si scopre che, quand’era ubriaco, chiedeva ai compagni di giochi estremi di usarlo come portacenere, di spegnergli le sigarette sulla pelle.
Se c’è un mistero, è nella dinamica dell’incidente, che non convince tutti. Forse James Dean non ha corteggiato la morte fino a restarci, forse qualcuno l’ha aiutato a lasciare il mondo con una spettacolare uscita di scena. Certo è strano, un mese prima si era offerto per uno spot in cui diceva ai ragazzi di andar piano, di guidare con prudenza. E poi, per quanto se ne fregasse delle regole, si ubriacasse spesso e fosse un patito delle canne, non aveva mai avuto un incidente serio. Almeno fino alle 6 di quel caldo pomeriggio di fine estate.
Non sta andando forte, Jimmy, lungo la statale 466 della California, verso Salinas. Una novantina di chilometri all’ora; accanto c’è Ralph Wutherich, 29 anni, di professione meccanico. All’incrocio di Paso Robles, tra la 466 e la 41, vede arrivare in direzione opposta una grossa Ford Tudor bianco e nera. Al volante c’è Donald Turnupseed, uno studente di 24 anni. Girerà poi la voce che fosse appena uscito da un cinema di Salinas, dove aveva visto Gioventù bruciata. Certo è che cambia corsia per svoltare e finisce per tagliare la strada alla Porsche. Lo schianto è terribile, l’auto di Dean va letteralmente in pezzi. Come il collo di Jimmy, mentre Ralph se la cava con qualche frattura e Donald resta quasi illeso.
Fin qui la ricostruzione ufficiale, che si conclude senza colpevoli. Nemmeno Donald Turnupseed, che viene assolto dall’accusa d’omicidio colposo. Ma un tizio non ci crede. Si chiama Charles Adams e passa mesi a rivedere i verbali, ispezionare i luoghi, esaminare le foto. Non si capisce a quale titolo, non è un poliziotto né un tecnico della compagnia di assicurazione. Certo ha le conoscenze giuste, altrimenti non avrebbe accesso a tutto quel materiale riservato. Alla fine va dal padre di James Dean e gli consegna una relazione: secondo lui qualcosa non quadra, l’ha capito ricostruendo l’impatto e risalendo alla velocità delle auto. Andavano molto più lente di quanto asserisse il rapporto della Stradale, per cui l’urto non poteva essere mortale. La teoria di Adams è semplice: qualcuno ha inscenato un incidente per far fuori James Dean. Ma pochi gli credono, e lui di vere prove non ne ha.
«Hanno ucciso Jimmy» diventa così una specie di leggenda, come quella che pian piano comincia a circolare sulla sua Porsche argento: la “piccola bastarda”, così la chiamava Dean, si conquista presto la fama di auto infernale, come la Christine dell’omonimo racconto di Stephen King. Ormai un rottame, è stata rimossa dal luogo dell’incidente e messa su un camion; durante le manovre un cavo si è spezzato e il relitto ha fratturato le gambe a un meccanico. Va peggio a un pilota dilettante che ne ha comprato il motore e l’ha piazzato sulla sua vettura da competizione. Durante una gara ha perso il controllo dell’auto, che ha travolto e ucciso un commissario di gara. Anche altri due sfortunati, che hanno acquistato un semiasse e le gomme tolte dal rottame, finiscono dritti in ospedale. Sono passati più di cinquant’anni dalla morte di James Dean, eppure ancora c’è chi perde tempo a sostenere che quel mito inossidabile non fosse capace di recitare. In fondo Anger c’era già arrivato nel 1984. Jimmy aveva le piattole, ma anche un carisma immortale. //

(Massimo Picozzi, “GQ”, n. 107, Agosto 2008. Illustrazione di David Foldvari)

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