Hayden Christensen - Sguardo futuro
Pubblicato da droalex su 19 Aprile 2008

\\ Gli occhi di Hayden Christensen producono una sottile inquietudine nell’interlocutore. Dev’essere una delle ragioni per cui George Lucas lo aveva voluto nella seconda trilogia di Star Wars. Nel 2002, scalzando attori come Leonardo DiCaprio e Christian Bale, a soli 19 anni questo adolescente dell’Ontario (Canada) aveva conquistato il ruolo del cavaliere Jedi Anakin Skywalker, l’eroe sedotto dal lato oscuro della Forza. Che alla fine si trasforma in Darth Vader, il cattivo più famoso della galassia. Una grande occasione di farsi conoscere nell’intero pianeta, per il giovanissimo attore canadese, con qualche esperienza di cinema (una particina ne Il seme dello follia di John Carpenter, 1995, Il giardino delle vergini suicide di Sofia Coppola, 1999, e L’ultimo sogno di lrwin Winkler, 2001, con relativa nomination ai Golden Giobe) e di televisione nella serie Horizon. Ora Hayden è reduce dal successo di Jumper, storia di un super-eroe dalla morale fluttuante con il potere di teletrasportarsi. Film molto amato dal pubblico più giovane, meno dalla critica. Un altro blockbuster globale e forse un’altra occasione mancata per confermare un talento più d’una volta indicato come promettente, a giudicare dal premio come miglior esordio maschile a Cannes nel 2002 e come “best villain” (miglior cattivo) agli Mtv Movie Awards del 2006.
Hayden è ancora alla ricerca di un ruolo che lo consacri come attore a tutto tondo: «Ho fondato la Forest Park Pictures con mio fratello maggiore, Tove. È un mezzo per tenermi attivo, per cercare sceneggiature che mi piacciano, che mi coinvolgano. Non è facile trovare una buona parte». Per questo si è lanciato in nuovi progetti, come Beast of Betaan, una storia sulla Seconda guerra mondiale prodotta dai fratelli Christensen, in cui Hayden dovrà confrontarsi con giganti del calibro di William Hurt e Willem Dafoe. Un impegno ambizioso di cui non parla volentieri, forse per scaramanzia. Glissa e depista: «In questo momento il mio solo progetto è passare più tempo possibile con la mia famiglia». E si lascia prendere dall’entusiasmo per la fattoria che ha acquistato vicino a Toronto. «Mi piace stare lì», spiega con la voce timida e profonda, in una mitragliata di “you know?”, «mi piace andare in bicicletta con gli amici che vengono a trovarmi, fare snowboard, e anche mangiare le lasagne che prepariamo insieme, prima di guardarci un bel film».
Dichiarazioni spiazzanti per uno così, diventato popolare in ruoli ambigui e torvi. Uno che ha tradito gli affetti più cari in Star Wars e ha impersonato un super-ladro in Jumper. «Vorrei avere anch’io il potere del protagonista», dice ridendo. «Il teletrasporto è veramente una cosa comoda, ti permette di fuggire dove vuoi». Lontano, forse, dalla spossante campagna promozionale per lanciare il film. Da Dubai a Tokyo, da New York a Parigi. Passando per Roma: « È la città più bella del mondo. Sono stato in Italia diverse volte, ma è Roma che m’ispira veramente l’amore, la bellezza della vita». L’accesso al Colosseo per lo shooting di una sequenza di Jumper è un’eccezionale concessione di Walter Veltroni al regista Doug Liman (The Bourne Identity; Mr. and Mrs. Smith), seguita dal consueto strascico di polemiche. « È stata una delle esperienze più rare che si possano vivere», dichiara Hayden, consapevole del privilegio accordatogli dall’ex sindaco di Roma.
Il giovane attore canadese ama il nostro Paese, ma è di parte: «Mia nonna è napoletana. In Italia ho un pezzo della mia famiglia e un sacco di amici. Posso dire di essere quasi italiano». E si tuffa nei territori dello stereotipo: «Amo la gente, il cibo, il vostro stile di vita. L’Italia rappresenta il modello migliore di
come bisognerebbe godersi l’esistenza». A questo punto è impossibile sorvolare sul Made in Italy, la moda, l’eleganza. Anche perché Hayden, uno degli attori hollywoodiani a non essere legato a uno stilista, ha gusto. È sempre perfetto: in conferenza stampa con impeccabili completi scuri o nelle foto paparazzate con felpa e pantaloni super cool. «Non ho un personal stylist, scelgo io il mio look. Mi piacciono i vestiti belli, ma non c’è un marchio che mi rappresenti veramente, che descriva il mio modo d’essere». Aggiunge: «Non ho molta familiarità con le griffe. Posso indossare una cravatta firmata, ma anche passare un mese intero con lo stesso paio di pantaloni comodi e una maglietta, non c’è uno stile che preferisco».
Per Hayden «l’attore è un osservatore. Nella mia professione», spiega, «cerco di descrivere l’essenza degli esseri umani e per farlo li osservo. Per penetrare nella psicologia dei personaggi è necessario sentire una comprensione profonda dell’altro. Per questo il lavoro d’attore te lo porti sempre dietro. Anche se non stai facendo un film, parli come un attore, guardi le cose con gli occhi di un attore, cerchi di comprendere quali siano le motivazioni che portano una persona ad agire in un modo piuttosto che in un altro».
Una prassi che lo ha aiutato in un ruolo difficile come quello del giornalista imbroglione ne L’inventore di favole (di Billy Ray, 2003). O pericoloso, come quello di Bob Dylan in Factory Girl (di George Hickenlooper, 2006), sulla vita della modella Edie Sedgwick e del suo mentore Andy Warhol. In questo film Hayden ha vestito i panni scomodi di un’icona assoluta, un lavoro in cui si è sentito chiamato in causa come attore e non come divo. «La mia preparazione per questo film è stata molto attenta. Non è stato facile far emergere un personaggio che tutti conoscono e che è reale». La parte gli ha forse trasmesso un po’ dell’allure maledetta del Dylan giovane, che si è sommata alla torbidezza del personaggio di Anakin, che George Lucas ha voluto molto simile al James Dean di Gioventù bruciata. E ha lasciato in eredità ad Hayden lo sguardo di chi è passato al lato oscuro della Forza. «Ovviamente è molto sexy», commenta ironico sul potere seduttivo del male, «ma io ero predestinato. Non ho avuto scelta». Ride. Perché nonostante gli sforzi per accreditare la sua immagine oscura, Hayden rimane un bravo ragazzo canadese, strappato dal suo college di Unionville per diventare una star. Ma profondamente consapevole della distanza di stile tra la patria di Hollywood e il suo amato Canada. «Si tratta di una differenza culturale, in primo luogo. In Canada la gente non chiude mai la porta a chiave quando va a dormire, non c’è quel senso di paura che si può avere negli States». E incalza: «C’è un modo diverso di rapportarsi tra le persone. Se in Canada vai in un posto nuovo, tutti ti salutano, ti chiedono come stai. Questo non succede mai in America. Lì le persone ti passano accanto ma sono prese solo da se stesse, non ti notano neppure». A meno che non ti chiami Hayden Christensen. //
(Gianluca Biscalchin, “GQ-Style”, Primavera-Estate 2008. Foto di Guy Aroch)
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