La regina Vittoria, Londra, Fleet Street
Pubblicato da droalex su 17 Aprile 2008
\\ Nella stagione della regina Vittoria (1837-1901) si costruisce una straordinaria mitologia di Londra metropoli della modernità industriale, tra atti della Storia e fantasmi dell’immaginario.
È impossibile ricapitolarne luoghi, figure e miti. Sono gli intrecci, gli scenari urbani, le creature di Dickens, Stevenson, Burke, Conan Doyle, H.G. Wells: Oliver Twist-Fagin, Jekyll-Hyde, Sherlock Holmes; è l’iconografia urbana fissata nelle incisioni di Gustave Doré (Londres: un pèlerinage, 1872): strade, quartieri, case nell’East End, tra Ludgate Hill, Fleet Street e Dockland; è la mitologia popolare
costruita su fatti di cronaca: i delitti di Jack the Ripper nei dedali oscuri di Whitechapel. In un paesaggio fatto di nebbia e fango, mattoni anneriti dai fumi e strade senza luce, affollato di miseria, sopraffazione, sfruttamento, degrado, si annidano i fantasmi dell’orrore più sanguinario, ormai usciti dai luoghi deputati della tradizione letteraria (i gothic tales) per entrare nei luoghi della cronaca urbana; ma vi si annidano anche i mostri delle malattie dell’anima e gli incubi del Nuovo, la scienza e la tecnica: l’assillo scientifico del dottor Jekyll crea mister Hyde, la meraviglia ingegneristica di Paxton (il Palazzo di cristallo) è affiancata dagli ingranaggi inumani di Coke Town… Fin dai primi decenni del secolo XX il cinema guarda all’universo della mitologia vittoriana (racconti, iconografie, cronache) raffigurando storie, luoghi e figure tipiche dell’immaginario urbano londinese.
È il film di D.W. Griffith, Giglio infranto (Broken Blossom, 1919), tratto da un racconto di Thomas Burke; è il finale del film di G.W. Pabst, Il vaso di Pandora/Lulù (Die Büchse der Pandora, 1928), ove Lulù finisce a prostituirsi negli slum dell’East End, il suo primo e ultimo cliente è Jack the Ripper; è il film di Pabst L’opera da tre soldi (Die 3groschenoper, 1931), tratto da Brecht-Weill e ambientato in un East End mitizzato nei tratti dell’iconografia espressionista; sono le versioni in film del racconto di R. L. Stevenson, Dr. Jekyll e Mr. Hyde (Il dottor Jekyll di Mamoulian del 1932, Il dottor Jekyll e Mr. Hyde di Fleming del 1941), dell’universo vittoriano, istinti e convenzioni, scienza e regole morali; sono i film di David Lean tratti da Dickens, Grandi speranze (Great Expectations, 1946) e Oliver Twist (1948), dove la scena urbana riproduce le visioni di Doré… L’elencazione potrebbe proseguire…
Progressivamente, lungo gli anni del cinema, l’immaginario della Londra vittoriana (topoi narrativi, iconografia urbana, personaggi emblematici, figure-mito) acquista ruolo e presenza diversa: più che a un universo da esplorare (anche rispetto al presente), il cinema sembra guardare a un repertorio via via sempre più stereotipato, fatto di ingredienti ormai convenzionali ma ancora disponibili a variazioni narrative e spettacolari, dettate dal gusto del pubblico o dall’intento di autori e produttori.
Si va dalle versioni musical dell’Oliver Twist (C. Reed, 1968 ) alle bizzarre variazioni sul racconto stevensoniano: in La figlia del dott. Jekyll (Daughter of Dr. Jekyll di E.G. Ulmer, 1957) il dottore si trasforma in lupo mannaro, trasmettendo il male alla figlia;
in Barbara - Il Mostro di Londra (Dr. Jekyll and Sister Hyde, R. W. Baker, 1971), sperimentando un siero dell’eterna giovinezza tratto dai cadaveri di giovani donne, Jekyll si trasforma in avvenente fanciulla. Fino alle riscritture del caso di Jack the Ripper: il serial killer di Whitechapel è omologato ai canoni del genere horror promosso dalla Hammer (fine anni Cinquanta), è incrociato con il personaggio-mito di Conan Doyle, Sherlock Holmes (Sherlock Holmes: notti di terrore [A Study in Terror, 1965], Assassinio su commissione [Murder by Decree, 1978]) o con il tema stevensoniano dello sdoppiamento (Jack the Ripper, Edge of Sanity).
Scenario tipico (cfr. in particolare il film dei fratelli Hughes, La vera storia di Jack lo squartatore [From Hell], interpretato da Johnny Depp, 2001) è il paesaggio (umano e urbano) di Whitechapel secondo l’iconografia mitica della Londra vittoriana: i vicoli con la flebile luce dei lampioni a gas, le bettole, le prostitute, le stanze disfatte, le ombre sui muri di mattoni anneriti dal fumo…
Un vero e proprio catalogo dell’immaginario vittoriano, iconografia urbana e temi narrativi, è proposto (confezionato) da Tim Burton trasponendo in film il musical di Stephen Sondheim: Sweeney Todd, il diabolico barbiere di Fleet Street (interpretato a Broadway da Angela Lansbury negli anni Settanta).
Sulla scena tipica di Fleet Street si svolge un intreccio tra racconto sociale (Dickens, Burke) e feuilleton: la vendetta di un onesto barbiere, Benjamin Barker, condannato da un giudice malvagio per sottrargli la bella moglie; si rappresenta uno strano caso di (stevensoniano) sdoppiamento: il barbiere Benjamin Barker si trasforma nel sanguinario Sweeney Todd, tra gole sgozzate (Jack the Ripper), cadaveri confezionati in golosi pasticci di carne attraverso meccanismi da catena di montaggio, dalla sedia del barbiere al tritacarne, al forno (la Nuova Tecnica). Il visionario Budon (con lo scenografo Dante Ferretti) riscrive l’immaginario della Londra vittoriana in sospensione: cinema live e cinema di animazione (la tecnica stop-motion de La sposa cadavere, i disegni animati di The Nightmare Before Christmas); Disney e Hammer; grafica degli illustratori americani anni Cinquanta e citazioni del cinema horror, James Whale (La moglie di Frankenstein [Bride of Frankenstein]) ma anche Bava e Vincent Price…
Ma l’esito non è una favola nera in forma di musical, entro cui l’universo dell’immaginario si affaccia (ancora) sul reale-presente, come la fiaba, il cinema, il fumetto nei grandi film di Burton: Edward mani di forbice, Ed Wood, Batman.
Tutto si riduce a un esercizio stilistico-formale e l’immaginario della Londra vittoriana è solo materia-repertorio di un artificio scenico tecnicamente perfetto e visivamente efficace, giustamente premiato con un Oscar per la scenografia. //
(Angelo Villa, “Interni” n. 4, aprile 2008 )
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