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Dante Ferretti, l’uomo che firma i sogni

Pubblicato da droalex su 16 Aprile 2008

\"The Aviator\", Hangar a Long Beach (www.cinebazar.it)
\\ Intervistare Dante Ferretti non è impresa semplice: è lo scenografo più richiesto del momento. Si divide tra Cinecittà e Hollywood, ha un’agenda talmente fitta che qualche anno fa si è permesso di dire per due volte “no” a Martin Scorsese (che oggi non può neanche immaginare di fare un film senza di lui). Fellini gli ha insegnato a lavorare con i sogni e a realizzare l’impossibile e lui, forte di quella lezione, ha immaginato e costruito palazzi tibetani in Marocco (Kundun), strade newyorkesi a Cinecittà (Gangs of New York), cimiteri della Louisiana a Pinewood (Intervista col vampiro). Oggi, dopo sei film con Fellini, sei con Scorsese (l’ultimo è The Aviator), sei nomination all’Oscar (deve essere il suo numero fortunato) e quattro David di Donatello, tanto per tenere in esercizio la fantasia, sta ricostruendo un angolo di California a Sofia. Qui nick lo ha finalmente intercettato, sul set del film di Brian De Palma The Black Dahlia, storia di gangster e poliziotti nella Los Angeles del 1947 tratta dell’omonimo romanzo di James Ellroy. «Per questo siamo a Sofia: le palme bulgare sono le migliori… No, qui dobbiamo girare gli interni, per fortuna. Comunque, se il prossimo film avrà un’ambientazione artica suppongo che mi faranno fare le scene ai Tropici!». Anche l’industria del cinema si è globalizzata e il maestro Ferretti se ne lamenta un po’ ma non si perde d’animo: mette i bozzetti in valigia e assieme alla sua équipe di collaboratori costruisce palazzi, salotti e strade dentro gli studios di mezzo mondo. Per dimostrare a tutti quanto è bello essere scenografi nell’era del cinema digitale.
Perché questo lavoro?
«Perché non ho mai voluto fare altro. Da piccolo a Macerata, andavo tanto al cinema, come il ragazzino di Nuovo Cinema Paradiso, a volte anche bigiando la scuola, e sognavo. Ma non di fare l’attore. Di quello non me n’è mai fregato niente. Io ero affascinato dalle atmosfere, dai costumi e disegnavo tantissimo. E quando ho scoperto l’esistenza della parola “scenografia”, ho avuto una folgorazione. Ho fatto l’Accademia di Belle Arti a Roma e ho cominciato subito a lavorare. Sono stato fortunato: quello era un periodo in cui in Italia si facevano 250 film all’anno».
La prima scenografia?
«Come aiuto-scenografo in un film di pirati girato ad Ancona, nella riviera del Conero. Pensare che avevo fatto di tutto per scappare dalle Marche e mi ci sono ritrovato per un film! Poi un maestro, Scaccianoce, che già lavorava con Pasolini, mi ha chiamato a fargli da aiuto e grazie a lui ho cominciato a lavorare con i grandi registi italiani. La prima scenografia firmata da me è stata Medea nel 1969». Le avventure del barone di Münchausen, Il corridoio della luna (www.cinebazar.it)
Un ricordo di Pasolini…
«Era un uomo profondo, innamorato della pittura. Il suo era un cinema descrittivo, che parlava per immagini più che per azioni. Poi sono stato rapito da Fellini».
Rapito?
«Sì, rapito. Mi ha tenuto sotto sequestro per quindici anni della mia vita. Era uno schiavista! Geniale, simpatico, travolgente ma un vero schiavista: se lavoravi con lui ti voleva tutto per sé. A volte mi telefonava all’alba, per raccontarmi un’idea, un dubbio. Era gelosissimo: un giorno, mentre stava girando le ultime scene di Ginger e Fred, di cui avevo fatto la scenografia, scoprì che in un altro studio avevo cominciato a lavorare a Il nome della Rosa. Non ti dico… mi fece una scenata! E poi era fissato con le idee che nascevano dai sogni».
Nel senso che voleva realizzare quello che sognava?
«Sì, e non solo quello che sognava lui. Fellini metteva alla prova la fantasia e l’immaginazione dei suoi collaboratori. Ogni mattina, appena arrivavo a Cinecittà, mi chiedeva: “Dante, dimmi, che ti sei sognato stanotte?” Così ogni volta mi inventavo un sogno o una visione diversa. Ovviamente avevo imparato quali erano le cose che piacevano a lui e sognavo sempre e solo quelle!»
Un bugiardo alla corte di un altro bugiardo…
«Il bugiardo cronico era lui. Alla Masina aveva detto: “Io arrossisco solo quando dico la verità”. Praticamente era sempre pallido».
Insomma, non è stato facile lavorare con un genio.
«No, ma è stato anche il periodo più bello della mia vita. Lavorare con lui significava avere accesso alla sua mente: aveva una percezione della realtà dilatata, deformata. Disegnare per i suoi film era un esercizio di creatività unico. Mi manca molto. L’unico regista che in qualche modo me lo ricorda è Terry Gilliam: per lui ho disegnato le scene di Le avventure del barone di Münchausen che è stata la mia prima esperienza americana».
Dove poi ha incontrato Martin Scorsese.
«Il mio eroe! Davvero. Gli americani usano molto questa espressione quando devono indicare qualcuno di cui hanno una stima enorme. Per Martin ho firmato sei scenografie, l’ultima è stata The Aviator, e stiamo già pensando alla settima. Scorsese mi aveva già chiamato al tempo in cui aveva in cantiere L’ultima tentazione di Cristo, ma io ero impegnato, poi mi ha chiamato una seconda volta ma ero impegnato anche allora, alla terza mi sono detto “se non vado ora questo non mi chiama più”. Così ho disegnato le scene di L’età dell’innocenza e da lì è iniziata una collaborazione che va a gonfie vele».
Il segreto della vostra intesa?
«Il silenzio. Scherzo, ma in effetti non abbiamo bisogno di parlare molto. Lui mi espone la sua idea, il suo immaginario e poi mi dà carta bianca. A me e a Francesca [Lo Schiavo, ndr], mia moglie, che è la decoratrice di tutte le mie scenografie. Anche con Martin ho preso un preciso impegno: realizzare i suoi sogni».
Lo scenografo asseconda i desideri del regista ma con gli attori non ha nessun rapporto?
«Beh, io lo cerco: se devo ricreare un’epoca, uno stile, un’atmosfera, mi piace aiutare l’attore che dovrà riviverla, metterlo a suo agio in quei costumi e in quegli ambienti. Daniel Day Lewis (L’età dell’innocenza e Gangs of New York, ndr) e Nicole Kidman (Ritorno a Cold Mountain, ndr) mi hanno ringraziato, mi hanno detto che si erano immedesimati molto nelle mie ricostruzioni».
Certo, non si può dire la stessa cosa quando le scenografie sono interamente digitali e gli attori recitano davanti a un blue screen…
«Eh, no davvero! Sky Captain, per esempio, è stato tutto girato con la tecnica del blue screen. Più che un film mi pare un videogioco. E non credo che per gli attori sia facile recitare potendo solo immaginare quello che li circonda».
Lo scenografo-artista inorridisce?
«Non posso certo dire che mi piaccia. Ma questo non vuol dire rinnegare il digitale, sarebbe come voler fermare la storia. Anzi credo che il computer sia fondamentale per potenziare e ingrandire le scenografie. E poi, insomma, a monte una mano che disegna ci vuole sempre, no? Anche nei videogiochi. Le confesso che il mio sogno è fare lo scenografo in un film tutto girato con il blue screen: con un telo azzurro e un paio di sedie me la cavo!»
Un regista con cui le piacerebbe lavorare?
«Ridley Scott. Blade Runner è uno dei film più belli che abbia visto. Le scenografie sono strepitose. Sa, un po’ me ne intendo…» //

(Elisa Messina, “nick” n. 1/anno 2, gennaio 2005 | Fonte immagini: cinebazar.it)

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