salva con nome

[copiodunquesono]

Archivio per Aprile 14th, 2008

“Smoking | No Smoking” (1993)

Pubblicato da droalex su 14 Aprile 2008

\\ Che bel gioco. Che bel gioco, divertente e colorato come un fumetto, ma anche pieno di significati come una favola. E recitato bene, come una magia di teatro magistrale, dove gli attori sono prestigiatori, e si sdoppiano, si triplicano, si quadruplicano… Sabine Azéma e Pierre Arditi interpretano una miriade di personaggi, in un caleidoscopio di possibilità narrative che si fanno tutte vere. Come se potessimo srotolare all’indietro la matassa del tempo trascorso e ricominciare da capo, e prendere un’altra strada. Fino a tracciare la carta geografica della vita, di tutti i suoi vicoli, i suoi cul-de-sac, i suoi orizzonti perduti, le sue linee d’ombra, i paesaggi più belli e quelli più orridi. E tutto con l’eleganza magistrale, con la leggerezza dei tocco dei miglior Alain Resnais.
Variazioni musicali dell’intrigo. Come “La vita: istruzioni per l’uso” di Perec, come gli studi norratalogici di Greimas, come le Impercettibili variazioni di Bach. Tutto nasce da una collana di otto commedie di Alan Ayckbourn, intitolate “Intimate Exchanges”, ognuna delle quali ha due finali diversi, per un totale di 16 variazioni dell’intrigo. Se Sabine Azéma prende una sigaretta e la fuma, oppure se non la prende, tutto può cambiare, svolgersi diversamente: Smoking e No Smoking possono diventare decisivi, un destino.
Non basta la piacevolezza meccanica del gioco, la scintillante nitidezza dei paesaggi fotografati da Resnais, senza profondità, volutamente senza contorni come in un fumetto. C’è dell’altro. C’è il senso intero della vita, negli episodi interpretati con talento straordinario da Pierre Arditi e Sabine Azéma. Lei, con quel viso che riesce a esprimere tutto e il contrario di tutto, mobilissimo e impassibile, elegante anche nelle scene più improbabili, grottesca e baciata dalla grazia dei sense of humour. Lui tragico, comico, subdolo, disperato, comunque virtuosisticamente acrobatico nei suoi cambi di personaggio. E il tutto, fra scenografie finte con orizzonti dipinti da presepio, e il transitare di treni giocattolo. Un gioiellino. Che distilla il brio spiritoso, la malinconia delle occasioni perdute. E il suggerimento che, se solo si abbia la volontà o i coraggio di spostarsi di casella, si può essere padroni del proprio futuro. //

(Giovanni Bogani, “Vivilcinema” n. 62, gennaio 1995)

SMOKING / NO SMOKING | Titolo originale: id. | Francia, 1993 | Regia: Alain Resnais | Soggetto e sceneggiatura: Sylvette Baudrot, dalla commedia “Intimate Exchanges” di Alan Ayckbourn | Fotografia: Renato Berta | Scenografie: Jacques Saulnier | Montaggio: Albert Jurgenson | Costumi: Jackie Budin | Musica: John Pattison | Interpreti: Sabine Azéma (Celia / Rowena / Sylvie / Irène / Josephine), Pierre Arditi (Toby / Miles / Lionel / Joe) | Produzione: Alia Film/Arena Films/Vega Film/Caméra One/France 2 Cinéma | Distribuzione (Italia): Cecchi Gori Group | Sinossi: Il destino degli abitanti di Hutton Buscel, Yorkshire, cambia a seconda che Celia Teasdale si fermi o no a fumare una sigaretta in giardino. In “Smoking”, Celia, patetica moglie del preside ubriacone Toby, decide di mettersi in affari col bidello-giardiniere-panettiere Lionel Happlewick, segretamente innamorato di lei, finendo volta per volta pazza, donna di successo, frustrata nuovamente di fianco al marito… Oppure Lionel, scaricato da Celia, può continuare a fare la corte alla cameriera Sylvie Bell, che può finire sposata a lui, o diventare una giornalista ribelle grazie alle attenzioni del pigmalione di Toby. In “No Smoking”, Celia accetta invece la dichiarazione d’amore da parte di Miles Coombes, il migliore amico di Toby, infelicemente sposato a Rowena, che lo tradisce con tutti i maschi del paese. Miles e Rowena possono riconciliarsi (o no) su un campo da golf; oppure Miles può chiudersi per protesta nel capanno del giardino dei Teasdale, o ancora corteggiare la cameriera Sylvie e partire con lei per una disastrosa escursione in meazzo alla nebbia…

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Duemila007 - Piccola Enciclopedia James Bond

Pubblicato da droalex su 14 Aprile 2008

Zero Zero Zero
\\ La critica anglosassone non ha dubbi: in principio era Hitchcock. Il protagonista tipo del cinema hitchockiano, un personaggio che è braccato e bracca a sua volta, è l’archetipo dell’agente segreto. Il personaggio hitchcockiano, infatti, è agente segreto di se stesso, al servizio della maestà propria di individuo borghese, gettato in un mondo, un sistema sociale e politico, che è minaccioso, ostile, un’organizzazione spectrale, a maglie e a rete. Un film di Hitchcock, in particolare, è il luogo dell’archetipo, Intrigo internazionale, 1959, che precede di tre anni il primo 007. Il protagonista è Roger Thornill, trasformato nell’agente segreto virtuale George Kaplan, in fuga ma per braccare a propria volta e salvarsi, lungo tutte le latitudini north by northwest, già sgusciante e micidiale come un piccolo inafferrabile Bond. Intrigo internazionale è l’archetipo bondiano in toto: nell’umorismo (le situazioni di pericolo oliate con infiltrazioni di ironia), nel maschilismo (Cary Grant tratta Eva Marie Saint come un oggetto), nell’avventura esotica (le sfide e gli inseguimenti disseminati lungo la cartina geografica).
Proprio nel 1960, lo stesso Hitchcock viene contattato dalla United Artists per dirigere il primo film della serie 007. E si pensava, per il ruolo di James Bond, anche al sessantenne Cary Grant. Si individuava nell’agente segreto 007 quel personaggio in grado di far affiorare, per la prima volta, tutto il «lato oscuro», ancora inespresso, di Cary Grant. Il maestro del brivido non dirigerà mai una pellicola della serie, ma è fuor di dubbio che il cinema di 007 assume la struttura filmica di Hitchcock e le conferisce una dirompente iniezione di dinamismo. Ciò che in Hitchcock rimane pura forma, il meccanismo rigido e rigoroso della suspense, in Bond è pura performance, la missione. Se, come scrisse Walter Benjamin, «Il cinema è quella macchina che fa vedere la Parigi di Proust senza Proust», allora il cinema di James Bond è quella serie automatica che fa vedere i film di Hitchcock oltre Hitchcock.

Zero Zero Uno
Sean Connery, effettivamente, costituisce davvero il lato oscuro di Cary Grant. La parte cinica, sprezzante, tagliente e lucida, anche un po’ incivile del civilissimo borghese medio alto, a caccia di amori tirati a lucido, apparentemente ingenuo ma sotto sotto astuto e profittatore. Sean Connery, fisico da boxeur, può anche essere, in effetti, la robusta versione working class del raffinato e mellifluo Cary Grant. Connery assorbe Grant e lo riformula: ne fa affiorare le violenze trattenute e ne traccia il passaggio dall’eros alla sessualità.
A proposito del rapporto Connery-Bond, poi, non ci sono dubbi. Connery non recita Bond, lo agisce. Connery mette in movimento Bond, lo accende e lo spegne, lo fa lavorare a contatto diretto con Acqua Aria Terra e Fuoco. Se Connery agisce Bond, Roger Moore lo fa. Nei sette film in cui è coinvolto, Moore non lavora, gioca. Gioca a fare Bond. Lo fa e ci fa. Senza rete. Quando appare Timothy Dalton, è giunto il momento dell’interpretazione. Se Connery lo agisce e Moore lo fa, Dalton, per la prima volta, recita Bond. Ne dà una versione impostata, nel porgere la battuta e innescare il gesto. È un Bond senza istinto, che non agisce, ma si vede agire, come in uno specchio. Pierce Brosnan recupera il piglio dell’action conneryana. Se Connery agisce, Moore fa, Dalton recita, Brosnan esegue Bond. A Brosnan non interessano né spessore né carattere, lui, diligentemente, è un attore-macchina. Cerca subito Connery ma resta l’esatto opposto di Connery. Se Connery, infatti, accende e spegne 007, qui è James Bond a fare il pilota, mentre l’attore, Pierce Brosnan, fa la macchina. È Bond, così, che spegne e accende Brosnan. Solo che l’esecuzione è compressa e spinta talmente a fondo che dopo 4 film il personaggio di 007 finisce terminato, eseguito e definitivamente risolto.
È necessario, con Daniel Craig, pertanto, un nuovo inizio. Nel 1969, per un istante, c’era stata un’intrusione di nome George Lazenby. Ma qui l’attore non c’è più, c’è solo 007, il James Bond più puro che si possa immaginare. Che né agisce, né fa, né recita, né esegue. Lazenby è immediatamente Bond, il personaggio senza l’attore, l’icona oltre l’interprete. Nemmeno la società dello spettacolo poté reggere a tanto, richiamando Connery per il film successivo, allettato da un compenso stratosferico.

Zero Zero Due
Il rapporto tra l’universo narrativo hitchcockiano e quello bondiano riguarda la dimensione del quotidiano. Hitchcock parte da una situazione apparente di normalità, i personaggi e il mondo, per deragliare improvvisamente nell’assurdo e nell’angoscia. Il mondo di 007, invece, è già, da subito, pienamente anormale. Per il semplice fatto che non si vedono mai persone normali. Sono tutti, immediatamente, spie, funzionari governativi, uomini politici, trafficanti, ricchi folli, super bellezze muliebri, sicari efferati. Il mondo è esploso, “Il mondo non basta”, recita il motto sullo stemma della famiglia Bond. È il trionfo della categoria dell’eccesso, che Hitchcock, in fondo, ancora teneva a debita distanza, perché a interessarlo davvero era il campionario, non esiguo in verità, delle debolezze dell’uomo.
Rispetto al motto classico hollywoodiano, bigger than life, rimane tuttavia una differenza sostanziale. L’eccesso di Via col vento riguarda ancora la Storia, la guerra civile americana. L’eccesso di Il mago di Oz riguarda ancora la Fantasia, il fiabesco del passaggio dall’infanzia all’adolescenza. Il mondo di James Bond riguarda pervicacemente il Quotidiano. Questo è il lato Free Cinema, Nouvelle Vague, Cinema/Verità della serie di 007. Niente Storia o Fantasia, ma soltanto il trionfo del Quotidiano. Il cinema per le strade, o nei cieli, o sott’acqua, o nelle viscere della terra, tutti i giorni. Che si tratti di salvare il Mondo, è infatti, ormai, una cosa di tutti i giorni: una Cronaca Nera Universale, che risiede ormai oltre tutti gli eccessi.

Zero Zero Tre
L’agente segreto 007 lavora in spazi e luoghi che sono siti di vacanza e di villeggiatura. Isole caraibiche, località sciistiche, città d’arte: tempo libero e tempo di lavoro s’intersecano uno sull’altro. Se lo spazio manca (il mondo è piccolo) anche il Tempo rimane, tutto quanto, all’insegna dell’eccesso. Svago ed esercizio professionale sono la stessa cosa, nel sigillo della missione. La missione è la dimensione in cui tempo di lavoro e tempo libero si confondono. Anche il matrimonio, ovvero il momento immediatamente riconoscibile come sfera intima, il proprio matrimonio in Al servizio segreto di Sua Maestà e quello dell’amico in Vendetta privata, sono luoghi della missione. Non sfuggono al fuoco nemico. L’agente segreto non ha privacy, o meglio, sfera pubblica e sfera privata costituiscono una cosa sola. Lo smarrimento dei confini tra lavoro e svago, tra sfera intima e sfera pubblica, segna già una caratteristica del primissimo cinema bondiano, che sarà presto uno dei punti cardine del movimento del ’68. Nella fedeltà assoluta alla missione, in cui anche il personale si fa politico, 007, nell’anno 1962, è già tutto oltre il ’68.

Zero Zero Quattro
La missione, nonostante si chiami missione, non riguarda la fede, né l’ideologia, né la morale. Si prendano i gadget bondiani: penne che emulsionano gas venefico, orologi che nascondono radio video trasmettitori, astucci che esplodono a un fischio stabilito. Nell’universo della narrazione cinematografica, i gadget costituiscono la più radicale messa in questione della funzione di racconto conosciuta convenzionalmente come “Arrivano i nostri!”. I Nostri, la cavalleria, l’esercito, la polizia, sono il simbolo dell’autorità costituita, ossia lo Stato e la Nazione. I gadget, che assolvono per Bond alla funzione dell’arrivano i nostri, sono strumenti di salvezza che non arrivano mai, perché ci sono già. La missione non è il teatro in cui si mette in scena l’autorità, politica e morale, di un ente, lo Stato, riconosciuto come dominante e salvifico, che arriva, a tempo debito, a sanare il conflitto.
I gadget sono sempre presenti, calorosamente a disposizione. Sono prodotti culturali puri, che valgono per l’utilizzo cristallino che se ne fa. La missione, allora, non è la testimonianza di una fede, politica e morale, nel senso di “avere una missione da compiere”: è una scuola di sopravvivenza, esattamente come la vita stessa. La missione è lo spazio della Cultura che è diventato immediatamente effettuale. L’agente 007 ha dei gadget, che sono tutti prototipi, una concezione usa e getta. Più che matrici industriali, però, questi sono trattati come squisiti artefatti artigianali, che valgono giusto il tempo dell’uso. Il “reazionario” Bond ha una concezione dei gadget in cui il valore d’uso prevale su quello di scambio (d’altronde, Q è presentato esplicitamente come un Sublime Maestro Artigiano). Pur non prendendo mai una vacanza, 007 è oltre la schiavitù del lavoro.

Zero Zero Cinque
L’agente 007 si sottrae all’effetto agenda dei mass media. L’effetto agenda è ciò che i media decidono si debba assolutamente dire e mostrare al pubblico. Un universo concentrazionario, quasi un lager, di eventi e notizie da comunicare per forza. I cattivi bondiani, scienziati puntigliosamente attaccati al Potere, sono individui inesorabilmente “mediatici”, perché stabiliscono un effetto agenda apocalittico per l’ordine mondiale. Come se non fosse già abbastanza apocalittico il sommario di una qualsiasi news. Non si vede mai, invece, uno 007 davvero potente, alle prese con gli impacci e i fastidi della celebrità e del successo. Nessuna Tv, o radio, o settimanale intervista mai l’agente 007. Bond, a differenza di Batman, Superman o l’Uomo ragno, diligentemente tallonati dai media, non ha alcun appeal mediatico. Sembra del tutto fuori dallo spazio dei media. Bond è l’individuo che si serve della tecnologia ma resta fuori, si trova oltre la pressione tirannica dei media tecnologici.

Zero Zero Sei
Il cinema di James Bond lavora sulla dimensione del reportage di viaggio, vocazione intrinseca alla storia del cinema inglese, patria del documentario, la scuola di Brighton, vocazione che David Lean, un fervente ammiratore di 007, riformulava nella cornice, incisiva e netta, del colossal hollywoodiano. I film di 007, allora, non sono affatto film d’autore. Sono film scritti dagli edifici, dalle traiettorie, dai viaggi, dai luoghi geografici e naturali che vanno a visitare. Negli anni in cui esplode la politica degli autori al cinema, Bond fa dell’autore un funzionario Spectre. Il mondo, tutto lo spazio e il tempo del mondo, scrive direttamente il film, senza la mediazione di alcun demiurgo. Il sogno di Spielberg, costretto invece, senza quello 007 che avrebbe tanto voluto dirigere, a dimostrare la propria raggiunta maturità d’autore. In Bond, invece, basta l’inventore, che tuttavia non fa, Ian Fleming. La serie 007 è come una cattedrale medievale, frutto di tanti Artisti (Terence Young, Sean Connery, Ken Adam, John Barry, Maurice Binder, Vic Armstrong, Peter Hunt, Ted Moore…) e nessun Autore. In una parola sola, l’arte oltre l’autore.

Zero Zero Sette
007 conserva la curiosità per l’esotico, e il gusto per l’imprevisto. Gli altri eroi contemporanei, quelli in maschera, non hanno il gusto dell’imprevisto, ma il dovere dell’imprevedibile. Essi non custodiscono la curiosità per l’esotico, per l’Altro, talmente sono preoccupati della propria, tormentata Alterità. 007 non è frutto di alcuna mutazione, genetica come Hulk o psicologica come Batman. Egli è l’uomo di tutti i giorni, hitchcockiano, che da agente segreto di se stesso, diventa agente al servizio segreto di Sua Maestà. Non è una mutazione, è un investimento. Restando al di qua della mutazione, può viaggiare per il mondo, attraverso le sue meraviglie. Il mondo non basta perché risulta pur sempre infinito, questo mondo qui, con tutti i suoi portenti e tesori. Ecco spiegata la parsimonia con cui le produzioni bondiane, consapevolmente, ricorrono agli effetti digitali, a favore di stuntman, acrobazie reali, riprese dal vivo.
Accanto a questa vocazione antica, ulissica, 007 sta già nel futuro. Il tratto più clamoroso, abbiamo detto, è l’immunità mediatica. Bond è immune ai mass media e al loro nefasto, spectrale, effetto agenda. Non è una mutazione, è una strategia di resistenza. 007 antepone il comportamento alla comunicazione. Non ha costumi, doppie identità (“Il mio nome è Bond, James Bond”, null’altro), caverne, laboratori segreti o pianeti lontani. Non si tormenta con la questione del rapporto fra l’Io e il Mondo. 007, infatti, è oltre la questione dell’Io.

Zero Zero…
Il campo di azione di 007 è del tutto immanente all’età della tecnica, restando immune dalla sua tirannia. 007 è l’uomo della tecnica che fa della tecnica un mezzo, e non uno scopo. Anche il cinema, allora, è un mezzo, e non uno scopo. L’autore cinematografico (il cattivo autore, s’intende, anche se…), dal canto suo, fa del cinema uno scopo: scopo del cinema d’autore è precisamente l’autore e il suo unico grande Film. La serie 007 fa del film un mezzo il cui scopo è lo spazio infinito del mondo (il mondo non basta…) fatto cinema. Questo mondo. Lo spettatore di 007 impara qualcosa che sapeva già: fare della tecnica una téchne, e non un Moloch spietato. I cattivi, qualche scienziato pazzo, o industriale megalomane, o guru dispotico fanno della téchne un idolo sanguinario.
Per riuscire in questa missione decisiva, bisogna essere oltre. Dimensione che, via Hitchcock, è stata raggiunta. Non solo la téchne, ma tutti gli oltre dell’uomo contemporaneo, il sesso, la violenza, la politica, la comunicazione, l’identità, la vita e la morte sono tutti già qui, nel mondo, infinitamente accessibili. Senza pregiudizi. Il 21° film di 007, Casino Royale, dimostra ampiamente questa ricerca dell’oltre perduto e ritrovato. //

(Flavio De Berardinis, “Segnocinema” n. 144, marzo/aprile 2007)

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