\\ In vent’anni, l’australiano Fred Schepisi sembra aver perseguito un solo scopo: quello di sfuggire alle classificazioni, fin dagli esordi, quando da pubbliitario si trasforma in filmaker intimista, raccontando delle sue esperienze di fallito seminarista in The Devil’s Playground (1976). Due anni dopo, il suo The Chant of Jimmie Blacksmith raccoglia consensi e allori un po’ ovunque, narrando di aborigeni e rappresentando il suo paese a Cannes per la prima volta. Hollywood lo corrompe subito: nel 1982 gli concede un cukt-western, Barbarosa, che in Italia esce solo in cassetta. Nel 1984, con Iceman, si tuffa nella fantascienza. Nel 1985, con Plenty, nel dramma cronachistico. Nel 1987, con Roxanne, nella commedia classica. Nel 1990, con La casa Russia, nel thriller fantapolitico. Nel 1992, con Mr Baseball (Campione per forza), nel filone - ancora molto in auge negli States - del cinema sportivo. Cinque lustri, insomma, per essere bollato, comunque, con l’inevitabile etichetta di eclettico. La fama continua. La composita filmografia del regista di Melbourne si arricchisce e si conferma ulteriormente grazie a quello che risulta a tutt’oggi il suo capolavoro. Una punta artistica massima che, come sovente accade, coincide con il minimo degli incassi e della popolarità: 6 gradi di separazione del 1993 seguito da Genio per amore, uscito contemporaneamente sul nostro distratto e confusosissimo mercato, è - infatti - un’opera per palati fini, nel senso che concede motlo al virtuosismo autoriale, sia esso a firma del geniale commediografo John Guare, ideatore per il teatro della pièce teatrale, nonché sceneggiatore esclusivo del film, sia del quanto mai ispirato Schepisi. Difficile sintetizzare il loro exploit usando il moderno escamotage della locuzione aggettivata che differenzia ancora di più i generi: è una commedia sofisticata? un dramma da camera con pennellate di classic-humour stile Broadway? l’ennesimo documentario sporcato di fiction su New York? o un giallo a tutti gli effetti? L’ermetismo del titolo raccoglie in sé i misteri di questo labirintico viaggio semantico e formale, spiazzante e invulnerabile, almeno nella prima parte, dove i flash-back - ma soprattutto i flash-forward - si inseguono e si rincorrono, il montaggio pare fatto da un computer, il ritmo dettato da un jazzista cool in stato di grazia, gli interpereti (tra cui Stockard Channing, protagonista anche dello spettacolo teatrale) toccati da un dio maggiore, le verbosità incanalate in percorsi “griffati” d’un fascino quasi insostenibile e le sorprese divenire routine. Non è certo un caso se dietro all’editore impazzito de Il seme della follia di John Carpenter - quello con l’ascia in mano - campeggi, sopra la classica entrata di un cineteatro americano, la scritta Six Degrees of Separation, cioè a dire il titolo originale dell’incredibile lavoro di Guare: la follia, spesso, proviene e si autoalimenta dall’anarchia del pensiero, dalla libertà assoluta di una creazione illimitante, da un’apparentemente tranquilla serata trascorsa ascoltando squisite logorree e teorie ai confini della realtà. Come questa: ci sono almeno sei persone, sei gradi di parentela che ci separano da un altro. Il giovane (Holden…) e nero Paul è forse uno di questi. Almeno per la coppia sull’orlo di una crisi della noia, composta da Ouisa e Flan Kittredge. Un angelo che la cinepresa deposita tra i marciapiedi di New York e che dalla spazzatura riesce a intrufolarsi in un elgantissimo appartamento con vista su Hyde Park. Paul comincia a disquisire di alta cucina e letteratura di culto, di Cézanne ed economia globale, dei vari sensi della vita e dei bassi istinti della morte. Sbalordisce la sua spiccia bravura tra i fornelli, convincendo gli astanti a cenare in casa («No - risponde snobisticamente un ospite - i ristoranti a New York sono come la Firenze del Rinascimento: geni dappertutto…», ma alla fine cede). E meraviglia che conosca quel Kandinsky doppio, dipinto da entrambi i lati in due stili completamente differenti. Colpisce al cuore quando, romanticamente, cadenza con cifre e dati, premi e pettegolezzi, la straordinaria carriera di Sidney Poitier, «mio padre», assicura l’alieno intrattenitore, ormai accettato dagli estatici padroni di casa, anche perché convinti da aneddoti e quant’altro, di trovarsi di fronte a un talentuoso compagno di scuola dei loro figli. La mattina dopo, però, lo trovano a letto con un giovane, e per giunta WASP. Il film, beninteso, racconta l’incredibile episodio partendo da metà. Una metà che potrebbe benissimo essere scambiata per l’inizio o la fine (come il Tarantino-Godard di stagione insegna). I raccordi seguono logiche interne davvero uniche e singolari. I tagli d’inquadratura mettono a dura prova la percezione, lo sguardo, l’attenzione. Quando hai l’impressione di aver capito, ecco l’ennesimo balzo in avanti o all’indietro, capace di rimettere in discussione qualsiasi ragionamento. Quando finalmente pendi di avere afferrato il significato, un rivolgimento (di pellicola?) è in agguato e in grado di rimescolare le carte. Quando sei sicuro di aver intrapreso la direzione giusta, un testacoda mentale è pronto per suggerirti di ripartire da zero. Nel frattempo, altri amici vengono coinvolti nel raggiro e qualche notizia in più trapela dagli incocepibili sviluppi. Tuttavia, gli uomini e le donne scelti dallo sclatro improvvisatore paiono più interessati a raccontare gli accadimenti che a districare l’ingrovigliatissima matassa. Quasi a sottolineare come una certa borghesia rifiuti la vita come esperienza, sposandola solo al futile gossip. Non che interessi più di tanto la morale. Certo: le coppie prese di mira spaventano pe ril loro mediocre livello… di lettura, dimostrandosi quanto mai incapaci nel raggiungere almeno uno degli ipotetici parenti che li dividono da… se stessi. //
(Aldo Fittante, “Segnocinema” n. 74, luglio/agosto 1995)
6 GRADI DI SEPARAZIONE | Titolo originale: Six Degrees of Separation | USA, 1993 | Regia: Fred Schepisi | Soggetto e sceneggiatura: John Guare, dalla sua omonima opera teatrale | Fotografia: Ian Baker | Scenografie: Patrizia von Brandenstein | Montaggio: Peter Honess | Costumi: Judianna Makovski | Musica: Jerry Goldsmith | Interpreti: Stockard Channing (Ouisa Kittredge), Will Smith (Paul), Donald Sutherland (Flan Kittredge), Ian McKellen (Geoffrey), Mary Beth Hurt (Kitty), Bruce Davison (Larkin), Richard Masur (Dott. Fine), Anthony Michael Hall (Trent Conway) | Produzione: Fred Schepisi e Arnon Milchan per New Regency Prods./Metro Goldwyn Mayer | Distribuzione (Italia): Uip | Sinossi: È giovane, simpatico, colto. È nero ed è ferito. È figlio di Sidney Poitier. È un compagno di studi dei loro figli ad Harvard. Logico che i coniugi Kittredge, agiata coppia che abita un appartamento a Central Park, trattino Paul come meglio non si potrebbe. Ma la mattina Paul viene cacciato dall’abitazione, e inizia tutta una serie di scoperte imbarazzanti sull’ospite, sulla sua identità, sulle sue azioni. [fonte: Film TV]