droalex

“Highwaymen” (2004)

In Cinema on 11 Aprile 2008 at 14:02

\\ Robert Harmon è uno dei registi più potentemente classici del cinema americano attuale. Per classicità non intendiamo soltanto il respiro della narrazione, la presenza di uno stile codificato e vagamente riconoscibile, anzi, tutt’altro. Il classico oggi si trova nella trasparenza rigenerante dell’ultimo Costner, nella grandiosità spettacolare di un Raimi, in Easwood certo, ma aggiungiamo anche nell’ambiguità seducente e frastornante di questi Highwaymen che lavora di cesello i corpi, azionando un cinema che sfuma ogni contorno, fendendo derve mélo e astrazioni linguistiche da brivido. Il classico Harmon è allora quello che nelle prime sequenze dell’opera mette mano alla macchina del tempo (che è poi quella del ricordo lacerante, del passato che ghermisce il presente) per ripercorrere lo strazio del protagonista che rimane impotente di fronte alla morte della consorte, investita da un pirata della strada che la falcia in corsa. Harmon spazia febbrilmente dal dettaglio degli occhi del bravo Caviezel, allo sguardo ormai perso della moglie, poi l’assolvenza di luce bianca e nera stacca sui corpi e si invola verso la distesa del presente del protagonista, quello accerchiato dai demoni del ricordo. Ecco, Harmon recupera in pochi minuti la luminosità agghiacciante di un mélo apparentemente mancato e si rimette in pista (come nel suo non dimenticato The Hitcher) lungo le strade di un’America osservata come caleidoscopio dolente e crepuscolare, acquario sulfureo e terribile di ombre di morte rapite dal sole battente sull’autostrada.
Il suo è un cinema che si innesca di volta in volta come motore di un’ossessione sconvolgente: se in The Hitcher l’oggetto della messa in scena si organizzava attorno alla coazione a ripetere dell’autostoppista, del veicolo in panne, della furia omicida scoppiata all’interno di un semplice abitacolo, qui Harmon disgrega lentamente l’interno proprio nel momento in cui il protagonista, subito dopo il flashback iniziale, si reca in un anonimo capannone deove trova le tracce della sua preda (l’uomo che gli ha appunto ucciso la moglie): alcuni arti meccanici sopra un po’ di paglia. E allora la caccia ricomincia, e il cinema del regista rinasce nella semplicità lineare e nevrotica di uno sguardo che attraversa lo spazio decifrandone i segni (Caviezel allora come il Tommy Lee Jones di The Hunted), per poi continuare a pazientare, ostinandosi a vivere e guardare attraverso i riflessi dello specchietto retrovisore.
C’è allora in Highwaymen un senso di spaesamento e di solitudine che perimetra sempre lo spazio urbano, creando dei torbidi vasi comunicanti che spezzano ogni riferimento alla realtà, trasmettendosi invece da macchina a macchina, come in un sogno incrociato ballardiano. Non è un caso che il protagonista produca direttamente la sua vendetta sintinizzandosi sulla frequenza dell’assassino, così come non è assolutamente casuale che Caviezel e l’assassino stesso sembrino delegare alla macchina ogni possibilità di movimento e di avanzata nella loro sfida continua. Se il Cronenberg di Crash ha raccontato la macchina come luogo di pulsioni contrapposte, uguali e contrarie, e l’ultimo Cohen (Fast and Furious più ancora xXx) ha invertito i termini del discorso, cantando la nascita di un nuovo modo di vedere e fare cinema (quindi la macchina come prolungamento del corpo nello spazio), Harmon, cantore di un umanismo crudo e disincantato, filma l’automobile come oggetto castrante e inibitore, luogo di morte al lavoro per eccellenza, vero e proprio salmo funesto che corrode ogni libertà.
Highwaymen è allora un esempio portentoso di road movie alla rovescia, l’immagine di una corsa contro il tempo che azzera ogni miraggio di frontiere e di evasione, per farsi rintocco mortuario di copri morti/vivi, zombie di una presenza in un modo o nell’altro sempre mancata, come nel caso emblematico della scena iniziale, la corsa impossibile di Caviezel lungo il sentiero che gli restituirà soltanto le spoglie della donna amata. La personalità di un autore a volte esce fuori in raccordi impensabili, in tocchi appena visibili, o anche in seuenze apparentemente già viste. E Harmon non sfugge a quanto appena scritto, regalandoci un cuore romantico e personale tutto racchiuso nell’insistenza con cui torna periodicamente sugli sguardi dell’incipit, tra Caviezel e la moglie, il campo lungo sulla macchina assassina, lo schianto e poi ancora lo sguardo che precede il buio… Sono piccoli segni che accompagnano il corpo memoriale del racconto sino alla fine, in una dissolvenza emozionale che strappa le vesti del mélo, replicandolo all’infinito. //

(Francesco Ruggeri, “Cineforum” n. 437, settembre 2004)

HIGHWAYMEN | Titolo originale: id. | Canada, 2004 | Regia: Robert Harmon | Sceneggiatura: Hans Bauer e Craig Mitchell | Interpreti: James Caviezel (Rennie Cray), Rhona Mitra (Molly Poole), Frankie Faison (Will Macklin), Gordon Currie (Ray Boone), Colm Feore (James Fargo) | Fotografia: René Ohashi | Scenografie: Paul D. Austerberry | Montaggio: Chris Peppe | Musica: Mark Isham | Produzione: Carrol Kemp, Mike Marcus per New Line Cinema | Distribuzione (Italia): Eagle Pictures | Sinossi: Rennie Cray (Jim Caviezel, La passione di Cristo) ha perso la moglie a causa di un incidente provocato da un pazzo che si diverte a seminare terrore e morte con la sua auto. Deciso a vendicarsi, passa due anni sulle tracce del killer, un certo James Fargo (Colm Feore, Paycheck) senza riuscire ad avvicinarlo, finché questi non provoca uno spaventoso incidente in cui resta coinvolta un’amica di Molly Poole (Rhona Mitra, The Life of David Gale) che diventa l’unica superstite/testimone dell’accaduto. Fargo non può lasciare che la ragazza lo incastri, ecco perché si mette sulle sue tracce. Ma Molly ha trovato un angelo custode: Rennie. In breve diventerà l’esca che permetterà all’uomo di catturare il pirata della strada e di portare finalmente a compimento la sua vendetta. [fonte: FilmUp]

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