\\ In fuga dal mondo su terreni sospesi tra il western e il road-movie. Il cinema di Sean Penn si libera nell’atto stesso che si immerge in uno spazio (dai campi di grano del South Dakota al viaggio avventuroso lungo il fiume Colorado fino alla comune di Slab City, in California), da filmare nel momento stesso in cui è attraversato dal protagonista Christopher McCandless/Alex Supertramp, già figura doppia, che si è come reincarnato dal momento in cui ha abbandonato ogni cosa per raggiungere i ghiacci dell’Alaska. Quella di Into the Wild è una sfida estrema, che non solo è stata stravinta ma rappresenta una specie di atto cinematograficamente al limite. Erano dieci anni che Penn voleva realizzare questo progetto dopo essersi innamorato follemente del libro da cui il film è tratto, «Nelle terre estreme» di Jon Krakauer, sin dal primo istante in cui l’ha visto – sembra che fosse stato colpito già dalla copertina con l’immagine dell’autobus abbandonato nella neve – e non è un caso che la pellicola appare come il risultato di una lunga e laboriosa gestazione. Sicuramente anche Into the Wild è pienamente in linea con la profonda dimensione abissale di La promessa. In effetti sia Chris sia il poliziotto in pensione Jerry Black (Jack Nicholson in uno dei ruoli più belli della sua carriera) intraprendono (in)consapevolmente una specie di viaggio senza ritorno e attraversano uno spazio che può apparire come illimitato, quindi per Penn irraggiungibile rispetto a ciò che può inquadrare la macchina da presa. Ma nel corpo di Christopher/Alex, inoltre, convivono più anime. La prima è quella vera. Into the Wild infatti racconta la reale vicenda di un ragazzo che dopo la laurea ha deciso di abbandonare tutto per intraprendere un viaggio da solo verso l’Alaska. Ma altri sono anche dei fiammanti residui cinematografici.
Nelle sue continue contaminazioni, Penn intreccia il tormento interiore del cinema di Anthony Mann con lo spirito libero di quello di John Milius. Chris ha qualcosa in comune con quel disincantato pessimismo nei confronti di legami duraturi con il genere umano ma anche con la necessità della propria responsabilità individuale, elementi che appaiono simili al personaggio di Jeff Webster in Terra lontana. Non è un caso che in entrambi i film, l’Alaska diventa il luogo di transito o da raggiungere, meta geograficamente “lontana” e quindi segno evidente di un volontario esilio. Penn dà, in questo senso, davvero l’impressione di avvicinarsi ai personaggi interpretati da James Stewart nel cinema di Mann. Nel cinema del grande regista di L’uomo di Laramie e Là dove scende il fiume, i luoghi non venivano filmati attraverso uno sguardo soggettivo, cioè filtrati, guardati dagli occhi del protagonista, ma sicuramente si aveva comunque l’impressione che il cineasta privilegiasse sempre il suo punto di vista, in quanto è come se la macchina da presa scorra parallela alla sua collocazione e ai suoi movimenti nello spazio. Anche Penn sembra muoversi nella stessa direzione. Pur non essendoci coincidenza di sguardo, si avverte comunque una complicità tra lui e Chris (portato sullo schermo da un sorprendente Emile Hirsch, già visto in Alpha Dog e Lords of Dogtown) come si avvertiva tra Mann e James Stewart. È come se quella direzione, intrapresa da quei personaggi, sia quella giusta. Il cinema non ha quindi solo il compito di riprodurla e filmarla. La deve soprattutto accompagnare. Prima col cuore, poi con gli occhi.
Il contatto continuo con il paesaggio in Into the Wild rimanda poi in maniera piuttosto diretta anche a quei roadmovie statunitensi realizzati dalla metà degli anni Sessanta in poi. Come alcune celebri figure di quel cinema – come il Pilota e il Meccanico di Strada a doppia corsia (1971) di Hellman, come Alice e la casalinga incinta rispettivamente di Alice non abita più qui (1975) di Scorsese e Non torno a casa stasera (Francis F. Coppola, 1969), e Bobby di Cinque pezzi facili (1970) di Rafelson, anche Chris è una figura in fuga, più che dal mondo, dal proprio mondo. Ed è forse a quest’ultimo personaggio interpretato da Jack Nicholson che il protagonista del film di Penn somiglia di più. Entrambi hanno un legame particolare con la sorella. Ma mentre nella pellicola di Rafelson la donna rappresentava quasi un utopico “punto di mezzo” tra Bobby e il padre, in Into the Wild appaiono quasi come un corpo unico distante rispetto ai genitori, separati per necessità ma in attesa di ricongiungersi. Inoltre sia Bobby sia Chris hanno un loro linguaggio alternativo rispetto quello comune. Per il primo è la musica (è infatti un pianista, per Chris è la scrittura). Quello di Penn è un cinema on the road che materializza ogni esperienza di vita, ogni incontro, e lo immortala nella sua straordinaria unicità. Le tracce del road-movie in Into the Wild si presentano sotto diverse forme. All’inizio del film ci sono le striscie dell’asfalto sulla strada, segno già immediatamente riconoscibile del genere. Inoltre un altro elemento di vicinanza è il modo di inquadrare il paesaggio, continuamente aperto verso l’infinito. Penn inquadra la montagna, il cielo e gli spazi innevati con una sensibilità autentica così simile a quella di Michael Cimino. In questo è decisivo anche il ruolo del direttore della fotografia Eric Gautier, che già aveva materializzato le forme di un viaggio come momento quasi sacro di iniziazione in I diari della motocicletta di Walter Salles. Inoltre questo tragitto è segnato da continue tappe intermedie, da destini che s’incrociano e che poi si separano per sempre. Questi incontri segnano comunque un momento indelebile nella vita sia di Chris sia delle persone che ha incontrato. Penn materializza l’affetto istintivo, quasi materno (l’incontro con Jan Burness, una donna che sta affrontando il dolore della scomparsa del figlio), la seduzione (Tracy, una ragazzina libera e anticonformista che Chris conosce nella comune quando lei canta davanti a un piccolo pubblico), e soprattutto crea quasi una figura riflettente attraverso il personaggio di Ron Franz (un monumentale Hal Holbrook). Chris vede forse nell’uomo tracce di quello che sarà il suo futuro. L’anziano vedovo potrebbe vedere invece nel ragazzo il riflesso dei suoi sogni perduti. La solitudine per entrambi è una scelta, una necessità, un grido di libertà, una condanna. Penn crea dei legami momentanei ma pieni di un’intensità struggente. Basta guardare il volto di Ron nel momento in cui chiede a Chris di poterlo adottare. Qui, con una sola inquadratura, c’è un carico emotivo che distrerebbe chiunque. La grandezza di Into the Wild è che c’è un’adesione totalizzante alla storia vera di Christopher McCandless. Ma non è una realtà, quindi un’esistenza, riprodotta. È soprattutto una vita rivissuta in cui Penn si è buttato completamente. Senza nessuna paura di farsi male, pur correndone continuamente il rischio.
Mette continuamente a fuoco gli elementi della natura il cinema di Sean Penn. Non solo la terra ma anche l’acqua. C’è un momento in cui il protagonista decide di attraversare il fiume facendo rafting. Il corpo, l’acqua. Libero e selvaggio, con l’anima protesa verso Un mercoledì da leoni di John Milius. Si rimaterializzano così in pieno le forme di quel cinema di protesta statunitense tra gli anni Sessanta e Settanta e mostrano come Into the Wild sia un’opera dislocata dal tempo. Con Milius, Penn condivide infatti un leggero ma sensibile sfasamento dell’ambientazione. La vicenda di Into the Wild, realizzato nel 2007, si svolge prevalentemente dall’inizio degli anni Novanta. La storia di Un mercoledì da leoni, datato 1978, inizia dall’estate del 1962. Jack, Barlow e Leroy, i tre protagonisti del film di Milius cercano nell’acqua la propria estasi e il proprio isolamento dal mondo, così come Chris in Into the Wild va alla ricerca di una sua nuova identità, attraverso un percorso che appare quasi come una reincarnazione che avviene attraverso tappe ben precise. L’opera di Penn è infatti divisa in capitoli: 1) La mia nascita; 2) L’adolescenza; 3) L’età adulta; 4) La famiglia. La sua esistenza vissuta fino a quel momento in famiglia, viene rimessa in discussione attraverso questo percorso iniziatico attraverso il quale il protagonista ricomincia la propria vita da zero. I flashback (il giorno in cui ha conseguito il diploma, i genitori che si stanno per separare) pur essendo squarci della sua memoria personale, sono come allucinazioni, visioni. In questo senso assume particolare rilevanza soprattutto il rapporto con la sorella, guardato come una specie di angelo che lo protegge. Forse è lei (interpretata da una sempre più sorprendente Jena Malone) il punto di contatto tra il passato e presente, tra la famiglia naturale e la famiglia che il ragazzo si sceglie durante il viaggio con i personaggi che incontra. I modelli di vita classici vengono quindi stravolti. Tolstoj, Thoreau, London diventano gli unici da seguire, l’unica religione da praticare. La loro scrittura, il loro pensiero vengono fusi in un unico corpo che li racchiude e ha l’ambizione di poterli in qualche modo mettere in pratica.
Forse nei panni di Chris, Penn mette pure una parte di se stesso e dei suoi personaggi interpretati in alcuni film degli anni Ottanta. Il protagonista di Into the Wild sembra possedere infatti quell’inquietudine del giovane teppista di Bad Boys, del tossicodipendente e spacciatore di droga di Il gioco del falco e soprattutto quel disagio nei confronti del mondo che caratterizzava pienamente la figura del ventenne Brad in A distanza ravvicinata. Come nel film di Foley, anche in questo di Penn c’è – sia pure in forme totalmente diverse – un rapporto contrastato con la figura del padre. La ribellione di Chris però appare di un’ampiezza maggiore in quanto non si rassegna a vivere nel luogo dove è nato e cresciuto ma decide di intraprendere una nuova avventura per ricominciare da zero. Certamente i personaggi portati sullo schermo da Penn in quel decennio rientravano non tanto dentro un genere ben definito, ma appartenevano a quel felice periodo del cinema statunitense che raccontava storie di nuovi “ribelli senza causa” e che ha avuto tra i suoi risultati migliori, oltre che la citata pellicola di Foley, anche il doppio Coppola di I ragazzi della 56a strada e Rusty il selvaggio. Però forse un film così libero, così fisico, all’epoca non si poteva immaginare o almeno realizzare. La sfida di Chris ha tracce del cinema di Herzog, soprattutto di Rescue Dawn del 2006. In questa pellicola Christian Bale veste i panni di Dieter Dengler, un pilota dell’U.S. Air Force, che viene catturato in Laos durante la guerra in Vietnam. In entrambi i casi – sia il film di Herzog sia quello di Penn sono tratti da una storia vera – è il corpo dell’attore a entrare in gioco, a subire una metamorfosi. Into the Wild si inoltra in zone vertiginose ancora più profonde del suo cinema precedente, che rivela ancora di più la limpidezza e l’istinto di un cineasta sempre più inclassificabile e sempre più grande. //
(Simone Emiliani, “Cineforum” n. 472)
INTO THE WILD - NELLE TERRE SELVAGGE | Titolo originale: Into the Wild | USA, 2007 | Regia: Sean Penn | Soggetto e sceneggiatura: Sean Penn, dal romanzo “Nelle terre estreme” di Jon Krakauer | Fotografia: Eric Gautier | Scenografie: Derek R. Hill | Montaggio: Jay Cassidy | Costumi: Mary Claire Hannan | Musica: Michael Brook, Kaki King, Eddie Vedder | Interpreti: Emile Hirsch (Chris McCandless), Vince Vaughn (Wayne Westerberg), Hal Holbrook (Ron Franz), Kristen Stewart (Tracy Tatro), William Hurt (Walt McCandless), Marcia Gay Harden (Billie McCandless) | Produzione: Art Lisnon, Sean Penn, William Pohlad per Into the Wild/River Road Films/Art Linson Productions/Paramount Vantage | Distribuzione (Italia): BIM | Sinossi: Fresco di laurea e con un promettente futuro di fronte a sé, il ventiduenne Christopher McCandless (Emile Hirsch) sceglie di abbandonare la sua vita agiata e di partire alla ventura, verso l’ignoto. Le esperienze del suo viaggio trasformeranno questo giovane girovago in un simbolo per moltissime persone. Ma chi è Christopher MacCandless? Un eroico avventuriero o un idealista ingenuo, un Thoreau ribelle degli anni ‘90 o uno dei tanti ragazzi perduti americani, un giovane coraggioso che non teme il rischio o una figura tragica che ha sfidato il precario equilibrio tra uomo e natura? Questa ricerca porterà Christopher dai campi di grano del South Dakota a un viaggio avventuroso e ‘controcorrente’ lungo il fiume Colorado, fino alla comune alternativa di Slab City, in California, e oltre. Strada facendo, incontrerà una serie di personaggi pittoreschi che vivono ai margini della società americana - uomini e donne che cambieranno la sua visione della vita, e che saranno a loro volta cambiati dall’incontro con lui. Alla fine, si metterà alla prova partendo da solo per le terre selvagge del grande nord, dove tutto quello che ha visto, imparato e vissuto lo condurrà verso un epilogo inatteso. [fonte: FilmUP]



