
\\ «L’altro uomo conferma questo divario tra l’eleganza della cinematografia di Hitchcock e la sciatteria concettuale»; «… Hitchcock, un regista la cui abilità tecnica è costantemente al servizio del più frivolo divertimento»; «Hitchcock, che qualcuno si ostina ancora a prendere sul serio anche quando fa delle sciocchezze mondane come Caccia al ladro…»; «Quel che importa ad Hitchcock non sono i fatti, né i sentimenti, né i problemi reali: egli mira soltanto allo spettacolo»: ecco alcuni giudizi emessi dalla critica cinematografica italiana, che ritroverete nella filmografia pubblicata qui di seguito. Non sono i più drastici, i più estremi, i più insultanti, ma esprimono il leit motiv che, salvo alcune eccezioni, accompagnerà la bibliografia italiana sull’opera di Hitchcock, per arrestarsi solo agli ultimi due film. Come dire che Hitchcock sarebbe stato assolto dai suoi peccati soltanto alla vigilia della estrema unzione. Prima di allora, Hitchcock, nel migliore dei casi, veniva definito il “genio delle puttanate”.
No: parlando col senno di poi, non si può dire che l’atteggiamento di fronte ai film di Hitchcock abbia rappresentato una pagina brillante nella storia della critica italiana, presa nel suo complesso. Si è tanto biasimato l’atteggiamento assunto nei confronti dei film con Totò. Ma, a parte il fatto che lo si è enfatizzato molto al di là della sua reale consistenza, bisogna convenire che a quel proposito esso vantava maggiori e più valide giustificazioni. Molti dei film realizzati col comico napoletano altro non erano che ripetizioni dei numeri da lui eseguiti sul palcoscenico. Per coloro – ed erano molti – che avevano avuto occasione di goderli nell’altra sede, quei film potevano significare nulla più di niente. Valga per tutti l’esempio di Totò a colori che, col progressivo svanire della memoria teatrale, è divenuto un piccolo classico della comicità.
Con Hitchcock, invece, il ritardo non si spiega che attraverso la pigrizia, la scarsa volontà di verifica delle idee ricevute, l’acquiescenza a certi riflessi condizionati. Non si nega che l’approccio al regista inglese fosse quanto mai arduo, che dovesse ribattere una serie di argomenti, alcuni dei quali molto seri. Presso la stessa critica francese, che è stata la più rapida a recepirlo, Hitchcock dovette faticare non poco per fare riconoscere i propri meriti. Il primo pronunciamento in suo favore, da parte di un congruo numero di critici, lo si ebbe appena nell’ottobre del 1954, quando egli aveva già realizzato 39 film.
Fu ospitato nel n. 39 di “Cahiers du Cinéma”, un numero monografico che si apriva con un saggio programmatico di Maurice Schérer (il vero nome di Eric Rohmer), intitolato emblematicamente “A qui la faute?” (Di chi è l’errore?), in cui il futuro regista di Il raggio verde dimostrava da par suo che la conclamata bravura tecnica di Hitchcock non si esauriva in un mero esercizio di virtuosismo spettacolare, ma era il mezzo per esprimere una visione del mondo e assumeva pertanto un valore etico. Che le affermazioni di Schérer-Rohmer e dei suoi compagni di cordata (Astrae, Chabrol, Traffaut e altri) non fossero per nulla pacifiche, lo si evince dalle polemiche suscitate, interne ed esterne alla redazione, polemiche che varcarono addirittura i confini francesi coinvolgendo anche Lindsay Anderson e la rivista “Sight and Sound”, inducendo André Bazin, il più autorevole dei tre redattori-capo dei “Cahiers”, ad intervenire con una puntualizzazione apparsa nel n. 44 del febbraio 1955, sotto un altro titolo interrogativo: “Comment peut-on être Hitchcock-Hawksien?”. Le “pietre dello scandalo” erano date da due film di Howard Hawks (Gli uomini preferiscono le bionde e Il magnifico scherzo) e, praticamente, dall’intera opera di Hitchcock fin lì realizzata. Lo stesso Bazin, pur rispettando l’opinione dei compilatori del numero monografico, continuava a confessare un certo scetticismo nei confronti di Hitchcock e la sua perplessità a considerarlo alla pari di un Bresson, di un Renoir, di un Rossellini, che allora erano gli autori di culto della rivista, accettati come tali da tutti i redattori, quali che fossero la loro età e la loro formazione.
Si obietterà che i “Cahiers” non rappresentavano tutta la critica francese. A prescindere da quella che veniva esercitata su quotidiani e settimanali, c’era se non altro il mensile “Positif”, che si situava al polo opposto della rivista di Bazin, Doniol-Valcroze e Lo Duca, alimentando una rivalità che non si esauriva nella corrispettiva tiratura, ma si prolungava in un radicale antagonismo di specie etico-estetica, fondato sulla diversa provenienza dei rispettivi gruppi fondatori: i neo-spiritualisti di “Esprit”, quello dei “Cahiers”; gli anarco-surrealisti, quelli di “Positif. Infatti, nello stesso anno in cui i “Cahiers” aprivano a Hitchcock le porte del loro Olimpo, “Positif” se ne usciva, a firma di Louis Seguin, con un “piccolo bilancio” dell’opera del Nostro, nel quale lo si additava al pubblico disprezzo. Ma, attenzione: c’era una sostanziale differenza fra l’atteggiamento di “Positif” e quello della maggioranza dei critici italiani. Seguin contestava la visione del mondo di Hitchcock, i “messaggi”, diretti o trasversali, che trasparivano dai suoi film. In altri termini, lo prendeva sul serio. La critica italiana, invece, negava che i film di Hitchcock fossero portatori di “messaggi”, che esprimessero una visione del mondo: erano “frivolo divertimento” e basta; restavano delle “puttanate”, anche quando venivano presentate in modo geniale.
La ventura critica di Hitchcock in Italia può dividersi in quattro distinti periodi. Il primo comprende gli anni Trenta e si estende fino al ‘42. Vale a dire che registra l’atteggiamento della critica durante gli anni del fascismo. Il secondo copre il dopoguerra e arriva ai primi anni Cinquanta. Il terzo va dalla seconda metà degli anni Cinquanta al 1972. Il quarto parte dal ‘72 e giunge ai giorni nostri.
Sotto il fascismo, Hitchcock era ancora un oggetto misterioso, noto più per la sua obesità che per i suoi film. La circolazione dei film era troppo limitata per azzardare analisi e confronti. La critica viveva alla giornata; giudicava quello che gli passava il convento; non aveva una memoria storica; covava tutt’al più dei miti, maturati al tempo del muto; fantasticava sui film vietati dalla censura, crepando d’invidia nei confronti di coloro che, in occasione di qualche viaggio all’estero, riuscivano a vederne alcuni. E, certamente, l’invidia non si esercitava sui 23 film inglesi di Hitchcock, dei quali solo 8 erano giunti nelle nostre sale. La cinematografia britannica non stava in cima ai desideri, alla sete di conoscenza dei nostri critici militanti, dei dirigenti di Cine-Guf e di altre organizzazioni del regime, che s’industriavano a diffondere la cultura filmica.
I film potevano anche impressionare favorevolmente, come si evince dal florilegio contenuto nella filmografia che qui segue, ma venivano giudicati in quanto tali, senza correlarli ai precedenti dello stesso autore. Del resto, il primo, vero successo italiano, Hitchcock lo registra col suo ultimo film inglese, La taverna della Giamaica, soprattutto in virtù della presenza di Charles Laughton, un attore che, grazie alla personificazione del comandante Bligh nel Bounty di Frank Lloyd, era divenuto il più popolare villain del cinema mondiale. E il primo saggio che lo riguarda, porta la data dell’ottobre 1942 e la firma di Ugo Casiraghi: un saggio pubblicato su “Bianco e Nero”, che prende in considerazione il primo film hollywoodiano, Rebecca, giunto in Italia con l’ultimo pacchetto di pellicole provenienti da oltreoceano, prima che Pearl Harbor e l’entrata in guerra degli Stati Uniti interrompessero definitivamente il già debolissimo flusso.
Fatto curioso, che il regesto critico per ovvi motivi non poteva mettere in risalto, Casiraghi pone in relazione al romanzo di Daphne du Maurier non solo il film di Hitchcock, ma anche uno del viennese Willi Forst, risalente al 1937, chiamato Serenade, passato in Italia col titolo L’ombra dell’altra, che presentava una situazione pressappoco identica: il dramma di una donna che sposa un vedovo ed entra in una casa dove domina ancora – e in modo sinistro – il ricordo della prima moglie. Sebbene Forst avesse tratto ispirazione dalla novella Viola Tricolor di Hans Theodor Storm, pubblicata nel 1873, L’ombra dell’altra fu a quel tempo associato spesso e volentieri a Rebecca, in confronti che finivano il più delle volte per privilegiarlo. Allora Willi Forst e il suo “viennismo” contavano agli occhi della nostra critica molto più di Hitchcock, che non era neppure riconosciuto “maestro del brivido”, secondo il banale epiteto coniatogli nel dopoguerra.
Dal ‘45 ai primi anni Cinquanta i film di Hitchcock arrivarono alla rinfusa, senza un ordine di precedenza, riempiendo il vuoto creato dal quinquennio di assenza, prima parziale, poi totale, delle pellicole di Hollywood dal nostro mercato. Di film statunitensi ne giungevano oltre cinquecento ogni dodici mesi. L’America veniva accusata di praticare una sorta di dumping che tendeva a far scomparire ogni film di altra provenienza, a cominciare da quelli nazionali. Era vero, ma il dumping aveva dei riflessi negativi anche sui loro prodotti, almeno dal punto di vista critico. Quanti ottimi film americani di quegli anni passarono inosservati e dovettero attendere la trasmissione in Tv per essere scoperti! I critici si svegliavano solo se venivano annunciati i film di quei registi la cui fama si era consolidata prima della guerra (Ford, Wyler, Vidor, Capra), oppure di quei cineasti, come Orson Welles, la cui celebrità, di più fresca data, era riuscita a fare breccia anche nella cortina innalzata dal conflitto mondiale. Hitchcock non apparteneva ad alcuna delle due categorie. I suoi film suscitavano una certa attenzione solo quando facevano leva su un’attrice molto popolare (Ingrid Bergman, Alida Valli, Joan Fontaine per via del ricordo di Rebecca). L’eccezione fu data da L’ombra del dubbio per la presenza nei credits di un autore teatrale della fama di Thornton Wilder, che ne aveva firmato la sceneggiatura, e perché i cinéphiles dell’epoca ricordavano una foto di lavorazione pubblicata su “Cinema” in tempo di guerra, che mostrava Hitchcock sul luogo delle riprese nella cittadina di Santa Rosa. La foto, arrivata chissà come alla rivista diretta da Vittorio Mussolini, aveva sorpreso i redattori perché rivelava l’impiego di esterni veri in un cinema che aveva da sempre privilegiato i teatri di posa. Hitchcock precursore del neorealismo? Forse era questo l’istintivo auspicio che traspariva dalla speciale attenzione prestata da “Cinema” a quella foto, un auspicio che ovviamente non si sarebbe avverato, aggravando la posizione di Hitchcock agli occhi della critica italiana, per la quale, negli anni del dopoguerra, o il cinema rifletteva nel modo più documentale la realtà, o non era degno di considerazione. Le divisioni, pure acerrime, che si verificavano al suo interno, vertevano solo sulla interpretazione di questa realtà. Ecco perché Hitchcock non trovava alleati né dall’una, né dall’altra parte: entrambi gli schieramenti erano concordi nel trattare con sufficienza – e alle volte con disprezzo – il suo cinema definito “d’evasione”; il “divertimento” era inteso solo in base al suo etimo latino, proveniva da divertere, che significava “volgere altrove”, altrove cioè lontano dai veri problemi che angustiavano il mondo e che il cinema avrebbe dovuto fare propri. E quei pochi che lo sostenevano, lo facevano appunto perché non concepivano altra funzione del cinema, oltre a quella di divertire nel senso sopracitato.
Erano i portavoce degli uffici stampa, i servitori delle Majors di Hollywood, i velinari dei quotidiani che vendevano la libertà del critico per un flano pubblicitario in più. Il piacere della visione era un argomento ignoto al dibattito allora in corso.
Se un film di Hitchcock finiva putacaso nel palinsesto di un festival, era scontato che fosse stato imposto dalla onnipotenza della Major che lo aveva nel listino. La sua proiezione diventava perciò un pedaggio che si doveva sopportare forse a causa di qualche clausola segreta del trattato di pace. I critici svincolati dalla filosofia pubblicitaria del loro giornale si domandavano sistematicamente cosa ci stesse a fare un film di Hitchcock a una manifestazione che pretendeva di essere all’insegna dell’arte cinematografica. Se lo domandarono pure alla Mostra di Venezia del 1954, che si aprì con La finestra sul cortile, si divise in due schieramenti opposti alla proiezione di Senso e di La strada, premiò alla fine Giulietta e Romeo di Castellani, con una soluzione di compromesso adottata apposta per uscire dalle polemiche suscitate dai viscontiani e dai felliniani. E da questo momento che ha inizio la fase più grave dell’atteggiamento della critica italiana nei confronti di Hitchcock. Mentre noi ci stiamo domandando cosa ci sta a fare a una mostra di grandi tradizioni un film futile come La finestra sul cortile (il dossier riporta il giudizio di Calvino [1], ma lo stesso disprezzo è rilevabile, per esempio, nelle cronache veneziane di un critico e teorico illuminato quale Luigi Chiarini), i francesi deplorano il fatto di non vedere premiati Senso e il film di Hitchcock, accanto a La strada e a Sansho Dayu di Mizoguchi, giudicano l’assegnazione del “Leone d’Oro” al film di Castellani ciò che in realtà è: una soluzione di compromesso.
È a partire da La finestra sul cortile che ha inizio il ritardo della critica italiana nei confronti di quella francese. Illuminante è a tale proposito la confessione di Morando Morandini, che si definisce un “hitchcockiano a scoppio ritardato”, contenuta nel volume Per Alfred Hitchcock, pubblicato dagli Editori del Grifo, volume che riporta gli atti di un convegno sul regista, tenuto a Villa Medici circa un mese dopo la sua scomparsa. Morandini rivela di avere definito La finestra sul cortile “un esercizio di bravura che ha il torto di durare un’ora di troppo” (quindi, neppure un “divertimento” riuscito), di avere cominciato a modificare il suo atteggiamento di fronte al successivo Caccia al ladro, di essersi convertito nel ‘57 alla visione di Il ladro e di avere portato alle stelle La donna che visse due volte, uscito nel ‘58, cioè quattro anni dopo La finestra sul cortile. Ma Morandini era un hitchcockiano in fieri. Gli altri attesero un decennio per convertirsi al culto di Hitchcock, mentre il Nostro perdeva intanto il sostegno dei gazzettieri che lo avevano amato per la sua apparenza frivola: un equivoco che faticava a sussistere da Il ladro in poi. Certo, nel frattempo anche in Italia si era costituito il gruppetto degli hitchcockiani di ferro, raccolti nelle redazioni di “Filmcritica” e di “Cinema & Film”. Ma erano appunto dei gruppetti: non incidevano più di tanto sul clima della critica e, d’altra parte, non arricchivano con nuovi contributi le esegesi già lette sulle riviste francesi. La conversione generale si verificò soltanto a partire da Frenzy. A resistere sulle vecchie posizioni è rimasta solo la équipe di “Cinema Nuovo”, che è passata dagli insulti di Calvino al silenzio di Guida al film, un volume edito dai Fabbri, che raccoglie e scheda 120 pellicole, giudicate in positivo o in negativo. 120 film: tanti varrebbe la pena di considerare nell’arco di circa 79 anni di cinema.
Il resto è silenzio. Nel resto ci sarebbe tutto Hitchcock. Ma non è detta l’ultima parola: i film si modificano nel corso degli anni anche agli occhi del critico. Forse qualche film di Hitchcock, prima o poi, potrebbe trovare posto anche nell’arca dell’equipe di “Cinema Nuovo”. Non tra i film che essa ama e ammira. Non aspiriamo a tanto. Basterebbe tra i film che viceversa essa né ama né ammira, ma la cui negatività non annulla del tutto la loro importanza. Sarebbe già qualcosa e, forse, arricchirebbe la bibliografia hitchcockiana di un saggio non ripetitivo, né inutile. //
(Callisto Cosulich, “Hitchcock – Il Maestro negato”, a cura di Marina Fabbri, La Meridiana Editori, 1991)
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[1] «Non c’erano ministri né sottosegretari, assenza che nessuno lamentò. Così senza pompe ufficiali, senza grandi parate di “divi” era forse la volta buona perché veramente il festival aprisse come un puro omaggio al cinema in quanto arte, senza cornici e orpelli. Invece davano un film americano in cui un reporter scopre dalla finestra che un marito taglia a pezzi la moglie: come nelle vignette di Pio Percoco, cronista sfortunato, personaggio della “Sezione dei piccoli” della “Gazzetta del Popolo” di quando ero bambino».
(Italo Calvino dalla XV Mostra di Venezia, in “Cinema Nuovo”, anno III n. 42 del 1 settembre 1954. Citato in “Hitchcock – Il Maestro negato”, a cura di Marina Fabbri, La Meridiana Editori, 1991)

